Maternità anticipata – Io & l’INPS – Non ci credo, ma è vero

In questi primi, pochi mesi, la mia gravidanza a rischio mi ha già fatto imparare molte cose.

Ho scoperto, per esempio, cos’è una placenta previa e come evitare che le mie ansie al riguardo assumano dimensioni parossistiche, tramutando un comprensibile timore nella trama di un inverosimile film horror.

Ho poi imparato che, oltre al mondo che noi tutti conosciamo ed esperiamo giorno per giorno, governato da regole fisiche e logiche note, esiste anche un universo parallelo, che funziona secondo parametri tutti suoi.

Sto parlando dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, meglio conosciuto come INPS.

Non so chi abbia stabilito a suo tempo le regole di questo universo, ma di sicuro doveva essere un fan sfegatato di Kafka.

Ma andiamo con ordine.

Quando il mio personale Lider Maximo (Mr. Ginecologo) mi ha diagnosticato una gravidanza complicata, mi ha anche spiegato che avrei dovuto mettermi a riposo.

In altre parole: sarei dovuta andare in maternità anticipata.

Per qualcuno come me – e cioè: stakanovista con la K e assunta da meno di un anno in un’importante azienda con un ruolo di responsabilità – questa notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno e con un corollario non trascurabile di sensi di colpa (della serie: «Come faranno in ufficio senza di me? Sto abbandonando la barca, li sto mollando, sto tradendo chi mi ha dato fiducia» etc etc).

Lo so, lo so: i nostri figli pagheranno la pensione dei nostri colleghi e se ci sono certi diritti è perché chi è venuto prima di noi ha lottato per ottenerli, quindi è assurdo farsi venire questi scrupoli. Ma tant’è.

D’altronde, il senso di colpa raramente ha a che vedere con la razionalità.

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E comunque, in qualche modo, a un certo punto me ne sono fatta una ragione, anche grazie a una ficcante osservazione di mia sorella, infermiera a partita Iva, che al mio ennesimo miagolio ha risposto: «Ma invece di lamentarti, ringrazia il cielo che puoi farlo! Ti farei conoscere le mie colleghe che con la pancia di 7 mesi sono ancora obbligate a stare in corsia, perché con la partita Iva non hanno alternative».

E visto che chiodo scaccia chiodo, il senso di colpa nei confronti delle mamme in attesa e a partita Iva, costrette a turni inadatti alla loro condizione, ha cancellato (o quanto meno attenuato) il senso di colpa della dipendente zelante nei confronti della sua azienda.

Ma accettare psicologicamente di smettere di lavorare è stato solo il primo passo. Importante, certo. Poi però arriva il resto. Certificati. Burocrazia. INPS.

Sgombriamo subito il campo dal dubbio fondamentale: in realtà, andare in maternità anticipata non è affatto complicato.

Basta fare due semplici cose:

  1. Ottenere dal tuo ginecologo un certificato di gravidanza e un secondo certificato che attesti che la tua gravidanza è a rischio;
  2. Andare presso la tua ASL di riferimento munita di queste carte (il servizio a cui rivolgersi è Medicina Legale – Maternità) e farti rilasciare un terzo documento, in tre copie, che è quello che dispone l’astensione anticipata dal lavoro.

(Se volete approfondire l’aspetto giuridico-normativo della questione, qui trovate il link alla Gazzetta Ufficiale, decreto-legge n. 5 del 9 febbraio 2012, articolo 15).

Delle tre copie rilasciate dalla ASL: una la devi conservare, una la consegni al tuo datore di lavoro (il mio ha accettato una copia scannerizzata che ho inviato via email); la terza invece è per l’INPS. Ed è qui che comincia il rock ‘n roll serio. Sotto trovate una piccola cronistoria di com’è andata a me.

Virginia & l’INPS – della serie: non ci credo, ma è vero. 

Primo round – Telefonata numero uno al numero verde INPS

Virginia: «Buongiorno, chiamo perché devo consegnarvi una copia del certificato per la maternità anticipata che mi ha rilasciato la ASL. Come devo fare?»

Operatore INPS: «Lei ce l’ha il PIN?»

V.: «No. Quale Pin?»

O.I.: «Il Pin»

V.: «Mmm… no. Devo averlo per consegnarvi la copia del certificato?»

O.I.: «Sì. A meno che non preferisca consegnarcela a mano o spedire una raccomandata. Ma le consiglio di fare tutto online sul nostro sito tramite Pin, è molto più veloce».

V.: «Va bene. Grazie. Come lo ottengo, questo Pin?».

O.I.: «Sul nostro sito, nell’area apposita».

V.: «Gentilissimo, la ringrazio».

Ma una volta sul sito dell’INPS, Virginia scopre che la richiesta per ottenere il Pin la fai sì online, ma la risposta ti arriva in due tranche: la prima metà via sms, la seconda metà via posta ordinaria.

Tempi di attesa: ricezione sms quasi immediata. Invece, per quanto riguarda la metà spedita per posta ordinaria…

Secondo round – Telefonata numero due al numero verde INPS

Virginia: «Buongiorno. Chiamo perché da due settimane aspetto di ricevere la seconda metà del Pin, quella che spedite via posta. E’ normale?»

Operatore INPS: «Sì, signora. Lo sa le Poste come sono… Ma perché, lei ha fretta di ricevere il suo Pin?»

V.: «Beh, abbastanza. A inizio mese sono andata in maternità anticipata per gravidanza a rischio e devo far avere all’INPS una copia del certificato rilasciato dalla ASL. Non è che se non lo ricevete entro fine mese, poi non mi pagate lo stipendio?»

O.I.: «Guardi, signora, io questo non lo so. Ma può essere. Faccia così: per stare sicura, lei vada alla sua sede INPS di riferimento e richieda lì il suo Pin».

V.: «Ma scusi: io devo darvi un certificato di gravidanza a rischio. Significa che devo stare a riposo. Bisogna proprio venire di persona, non c’è altro modo?»

O.I.: «Sì… Potrebbe mandare una raccomandata. Ma lo sa, i tempi delle Poste… Guardi, vada lei, così sta sicura e non ci sono problemi con lo stipendio a fine mese».

V. (rassegnata): «E va bene. Devo portare qualche documento particolare con me, qualche carta…?»

O.I.: «No, nulla. Vada, vada, che le danno subito il Pin e con quello poi fa tutto».

V.: «Grazie. Gentilissimo».

Terzo round – Il giorno seguente Virginia va presso la sua sede INPS di riferimento

Roma, pomeriggio di giugno afoso come solo certi pomeriggi estivi romani possono essere. Neanche a dirlo, intorno al palazzone INPS non si trova nemmeno un buco per parcheggiare. Con vergogna – ma fa caldo, la mia pressione in gravidanza è 50/90 e svenire al volante non mi pare una grande idea –  lascio l’auto in divieto di sosta, con un bigliettino e col mio numero di telefono (Se devo spostare la macchina chiamami al… Neanche fossi una call girl)

Trafelata, entro nella sede INPS. Sala d’attesa strapiena, dentro fa più caldo che fuori, ciascuno si sventola come può. Un usciere distribuisce i numeretti smistando le file.

L'usciere dell'INPS ai miei occhi
L’usciere dell’INPS ai miei occhi

Usciere: «Che le serve?»

Virginia: «Sono venuta per il Pin perché…»

U.: «Deve tornare con la fotocopia del documento d’identità».

V. (che comincia a inalberarsi): «No, guardi: io ieri ho chiamato il numero verde INPS, mi hanno detto di non portare niente».

U. (impassibile): «Deve tornare con la fotocopia del documento d’identità».

V. (decisamente inalberata): «Senta, io ho una gravidanza a rischio, per me è stato molto faticoso venire qui…».

U. (interrompe con una nuova sollecitudine nello sguardo): «Ma lo poteva dire subito!». Al che, si gira e grida al collega dall’altra parte dello stanzone: «Aho’! Sta signora c’ha una gravidanza a rischio, vedi de falla passa’ prima».

Circa cinquanta paia di occhi (tutte le persone in sala d’attesa hanno sentito) si puntano su di me. Il collega dell’usciere mi fa segno di sedermi: «Mo’ te faccio passa’».

Io e il mio imbarazzo ci sediamo.

Cinque minuti dopo, il collega dell’usciere mi chiama: «Lei, la signora con la gravidanza a rischio. Sportello 5».

Io e il mio imbarazzo andiamo allo sportello 5.

Virginia: «Buongiorno, sono qui perché ho una gravidanza a rischio e devo darvi una copia del certificato rilasciato dalla ASL, quindi mi servirebbe…».

Sportellista: «Guardi, la fermo subito: l’hanno informata male».

V.: «Scusi?».

S.: «Le spiego: questo è il primo certificato, giusto?».

V.: «».

S.: «Appunto. Lei deve farci avere i certificati di maternità anticipata, che di mese in mese la ASL le rilascerà, tutti alla fine, quando entra in maternità obbligatoria».

V.: «Tutti insieme?».

S.: «».

V.: «E lo stipendio me lo pagate lo stesso, nel frattempo? O mi pagate tutti i mesi insieme, quando vi dò i certificati?».

S.: «No, le paghiamo tutto mese per mese».

V.: «Ma il suo collega al numero verde diceva che…».

S.: «Lasci stare quello che le hanno detto al numero verde».

V.: «Ma allora oggi sono venuta a vuoto!»

Lo sguardo della sportellista dice chiaramente che questo non è un suo problema.

V.: «Va beh… Visto che sono qua, mi può comunque dare il mio Pin? Sa ho fatto la richiesta, ma…».

S.: «Per quello deve fare l’altra fila».

V.: «L’altra fila?».

S.: «».

V.: «Lei non può…?»

S.: «No».

V.: «Capito. Gentilissima».

Virginia, ormai annichilita, torna nella sala d’attesa, sempre strapiena. Le facce sono rassegnate, un deciso sentore di sudore impasta l’aria.

Virginia decide allora hic et nunc che ha avuto una dose più che sufficiente di INPS. Per oggi basta così. Esce, e il semplice fatto di uscire le provoca un inatteso buonumore. Inizia a pensare che alla fine non è andata troppo male: almeno ora ha capito quello che deve fare e per qualche mese può scordarsi l’INPS.

Insomma, dài: bilancio della mattinata è positivo.

… Una multa per sosta vietata la attende sul parabrezza… 

 

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