Lo hanno fatto. Mi hanno toccato la pancia

E’ successo.

Ieri.

Per la prima volta.

E mi ha colto totalmente impreparata.

Mi hanno toccato la pancia.

Così, come niente fosse, in un negozio (e non era nemmeno Prénatal, giuro).

«Sei incinta, posso?», e senza aspettare la mia risposta, la mano della commessa si era già piazzata su quel pallone da basket mezzo sgonfio che da qualche settimana porto sotto la maglietta.

Lo ammetto: mi ha presa in assoluto contropiede. Sono rimasta talmente inebetita da quel gesto così inatteso da non avere la prontezza di spirito di sottrarmi.

E lì, all’improvviso, ho avuto un’epifania rivelatoria. Ho capito come deve essersi sentita per anni mia sorella, che da piccola aveva guance come melette, quando tutti – amici, parenti, commessi, passanti, l’inquilino del terzo piano, neanche fosse il letto di Lucia di Rino Gaetano – si sentivano autorizzati a riempirla di buffetti ogni santa volta. Così, senza chiedere permesso. Come se le sue guance fossero patrimonio pubblico. E tu che fai, non glielo dài un pizzicotto?

Ecco, quando sei incinta accade lo stesso.

La tua pancia non è più tua: è di tutti. Ha il potenziale magnetico di un cucciolo di labrador portato a passeggio. Chi mai potrebbe resistere e non fargli nemmeno una carezzina?

Giuro, ho le prove: la mia pancia NON è un cucciolo di labrador
Giuro, ho le prove: la mia pancia NON è un cucciolo di labrador

E allora vai con le palpatine della pancia, le toccatine o la cosa a mio avviso peggiore di tutte, la mano morta: quella tenuta ferma 30 secondi buoni sul solito pallone da basket sgonfio, mentre il toccatore o la toccatrice di turno (spesso un perfetto sconosciuto) ti guarda con occhi umidi e ti dice frasi come: «Che belle le donne quando sono incinta, che meraviglia la pancia». (La commessa di cui sopra rientrava pienamente – ahimè – in questa categoria).

Insomma: se ai tempi del liceo la mano morta era quella che ti ritrovavi addosso (in punti ben diversi dalla pancia) negli autobus all’ora di punta – autobus così pieni da non farti nemmeno capire chi fosse il proprietario della mano in questione -, oggi questa espressione assume un significato del tutto nuovo.

Ma se l’intento della toccatina è ben diverso, l’effetto non è certo meno invasivo.

Quindi, cari toccatori e toccatrici di pance, ve lo dico una volta per tutte: la pancia è mia e la gestisco io.

La pancia è mia e la gestisco io
La pancia è mia e la gestisco io

Non allungate le mani. E se non ci conosciamo personalmente, per favore non chiedete nemmeno (che tanto, parliamoci francamente: dite «Posso?», ma intendete «Certo che posso!»).

Malgrado la credenza popolare affermi il contrario, la mia pancia non è un portafortuna da sfregare appena se ne ha l’occasione e – ve lo assicuro – non vi farà azzeccare l’ambo sulla ruota di Roma.

Quindi mani in tasca. Altrimenti, anche io comincerò a toccare la vostra di pancia, o magari ad accarezzare il vostro cranio, se è pelato; o darvi una bella pacca sul sedere, se è ben imbottito.

La mia libertà inizia dove finisce la vostra, diceva Martin Luther King. Io dico che la vostra libertà (di toccare) finisce dove inizia la mia (di non essere toccata). E sono sicura che anche Coretta King, da madre di quattro figli, sarebbe stata d’accordo con me.

PS. Se ve lo state chiedendo, no, nel negozio della toccatrice non ho comprato nulla, malgrado i suoi sforzi per convincermi che mi stava tutto divinamente e lo sconto aggiuntivo che mi ha proposto. Punirne una per educarne cento!!