Mamma pinguino e la Fruttivendola: è guerra

Tra i nemici di mamma pinguino, oltre ai professionisti della mano morta (i toccato di pancia a tradimento), si annoverano anche i commercianti di quartiere.

Non so voi che tipo di rapporto abbiate con i negozianti intorno a casa vostra.

Io ai commercianti del mio quartiere – quello in cui vivo da cinque anni con mio marito – ho sempre dato una confidenza piuttosto moderata.

Buongiorno, Arrivederci, Questo a quanto me lo metti?, Un po’ caro, il prosciutto, eh. 

Entri, li saluti con cortese distacco, loro ti risalutano con altrettanto cortese distacco, tu compri, fine.

Nulla di più, nulla di meno.

Finora la nostra relazione ridotta al minimo sindacale era stata fonte di reciproca soddisfazione. Ma quando sei incinta il rapporto con i commercianti di quartiere cambia. Tuo malgrado. 

Il commerciante vede la pancia e chiede, fa domande, si informa. «Di quanto sei, quando finisci il tempo, è maschio, è femmina, ahia, è una femmina! E il papà, che dice il papà?».

Insomma: all’improvviso il commerciante di quartiere diventa come quei lontani parenti che ignori tutto l’anno e che vedi solo a Natale. Quelli che da adolescente ti imbarazzavano con le loro domande ammiccanti sulle tue prime mestruazioni («Allora, ti sei fatta signorina?») o con il classico, intramontabile: «E il fidanzatino? Ce l’hai, il fidanzatino?».

Chi di noi non ha alle spalle anni di traumatizzanti cene di Natale?
Chi di noi non ha alle spalle anni di traumatizzanti cene di Natale?

Come il cugino di terzo grado di tuo padre, il commerciante di quartiere non ti conosce, non sa nulla di te, ma si sente comunque in diritto di farti domande personali.

E purtroppo, come ho avuto modo di constatare, mantenere un atteggiamento poco collaborativo non scoraggia minimamente gli univoci slanci di intimità del commerciante di quartiere.

Io rispondo a monosillabi, denti stretti, mai un sorriso? Lui, imperturbabile, continua a chiedere.

In altre parole, è una guerra di trincea. Ognuno tiene il suo punto e chi si logora per primo perde.

Confesso che negli ultimi tempi, fiaccata dalla pressione bassa e dalla forza dei numeri (io sono una, i commercianti di quartiere da fronteggiare almeno cinque), avevo iniziato a fare qualche concessione.

A dire una parola in più.

Ad abbozzare un mezzo sorriso.

A rispondere con un «grazie» agli interessamenti non richiesti su come procedono le mie nausee.

Insomma: non ho certo svenduto i Sudeti al miglior offerente, però… Diciamo che mi sono ammorbidita.

D’altronde, lo ha scritto anche Giulio Cesare: «Se non puoi sconfiggere i tuoi nemici, fatteli amici».

Gaio Giulio Cesare
Gaio Giulio Cesare

O quanto meno – aggiungo io – allarga un po’ i margini della tua capacità (e voglia) di socializzare.

Ma venerdì scorso nella frutteria in piazza – cuore pulsante della vita diurna del mio quartiere; una sorta di foro romano senza senatori in toga, ma pieno di vecchiette col carrello – tutta la faccenda è bruscamente precipitata.

Sono entrata per comprare tre cetrioli e la fruttivendola (per la cronaca, parliamo di una che non sa nemmeno come mi chiamo) mi ha salutata così:

«Ciao, bella panzotta».

«Bella panzotta» 

Un brivido freddo mi è sceso lungo la schiena.

E lì, ho deciso.

Basta con la politica della non aggressione, che tanto dai tempi di Molotov-Ribbentrop non ha mai portato a nulla di buono.

Era ora di difendere la mia privacy assediata. Era ora di passare al contrattacco.

Mamma pinguino si è inalberata
Mamma pinguino si è un po’ inalberata…

La temibile mamma pinguino stava dunque per rispondere con qualcosa di gelido.

Qualcosa di artico.

La replica definitiva.

…ma non aveva preso adeguatamente le misure del suo nemico. Che da parte sua non ha perso un secondo e ha continuato a colpire.

Fruttivendola: «Ma è vero che quando sei incinta fa effetto pure sopra?»

Mamma Pinguino: «Scusi?»

F.: «Le tette, le tette. E’ vero che ti crescono le tette?».

Ecco, lo ammetto: non ho retto il colpo.

Altro che replica artica. Mamma pinguino silurata e affondata. Game over.

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In chiaro stato confusionale, credo di avere balbettato qualcosa di inarticolato prima di uscire dal negozio e andare a rintanarmi in casa (senza cetrioli).

C’è voluto un bel po’ per riavermi dal colpo.

Ma ora sono pronta a sedermi al tavolo dei negoziati. E quindi:

Cara, carissima Fruttivendola,

se prima della mia gravidanza le nostre conversazioni non sono mai andate oltre lo stretto necessario imposto dalla relazione cliente-negoziante che ci lega, perché – e sottolineo: perché – all’improvviso mi parli come se fossi la tua BFF del quarto liceo?

La mia pancia ha forse su di te l’effetto di un litro di Amaro del Capo e fa saltare tutti i tuoi freni inibitori? O magari è il tuo modo per dirmi che non credi in obsolete convenzioni sociali, quale il senso del pudore (tuo e degli altri)?

Il diritto alla protezione dei dati personali è considerato un diritto fondamentale dell’individuo, a prescindere dal fatto che suddetto individuo sia incinta o meno.

Quindi non chiamarmi bella panzotta e non interessarti della taglia attuale del mio reggiseno.

Torniamo alla cordiale indifferenza di un tempo: quel tempo in fin dei conti ancora vicino in cui io non avevo la pancia, tu non mi filavi e io tornavo a casa con i miei cetrioli e senza perdere brandelli di dignità lungo il tragitto.

In cambio, ti prometto che comprerò chili delle tue ciliegie in sovrapprezzo e dirò che il tuo cocomero è il migliore pure quando è insipido come una cucuzza.

Firmiamo questo armistizio. Io sono pronta.

Fallo, Fruttivendola: give peace a chance.

 

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