«So’ nu poco Erode»

Sto per confessarvi una cosa che ai vostri occhi farà di me una persona orrenda:

non mi piacciono i bambini.

Ecco: l’ho detto.

Sono una brutta, brutta, brutta persona.

O meglio, specifichiamo: non mi piace la categoria “bambini”. Poi, all’interno di questa categoria, ce ne sono alcuni che sono oggettivamente simpatici e carini. Quelli mi piacciono.

Ma, per così dire, mi piace l’individuo: non il bambino. 

Insomma: non sono proprio al livello delle streghe di Rohal Dahl o, che so, di Josef Stalin, che i bambini se li mangiavano.

«So cinque chili e mezzo... Che faccio signo', lascio?»
«So cinque chili e mezzo… Che faccio signo’, lascio?». «Lasci, lasci. Che tanto ho ospiti a cena»

E neppure alla stregua di Medusa di Bianca e Bernie, che rapì la povera orfanella Penny per metterla a setacciare una palude in cerca di diamanti e le diceva che nessuno la adottava perché era brutta (Medusa, per inciso, è stata il terrore della mia infanzia. Del resto, alzi la mano chi non è stato traumatizzato da un cartone Disney… Ho avuto problemi persino a riguardare il video qui sotto, tanto per darvi l’idea del trauma che ho subito…).

Ecco: Stalin e Medusa erano senz’altro molto peggio di me. 

Io, più semplicemente, non amo granché stare con i bambini.

Mentre di solito ai bambini – credo solo per pura legge del contrappasso – piace stare con me.

Potrei raccontarvi di quella serata a casa di amici in cui ho passato buona parte del tempo a farmi pettinare i capelli con una spazzola di Hello Kitty da un’aspirante parrucchiera di cinque anni.

O di quando sono stata letteralmente sequestrata da due sorelline (7 e 4 anni) nella loro cameretta. Loro cantavano e io dovevo applaudire…

Io alla fine della maratona canora...
Io alla fine della suddetta maratona canora…

E #sapevatelo: in questi e altri casi simili, nessuno vi viene a salvare.

Sì, solitamente la mamma di turno fa “il gesto”. Ma le cose vanno più o meno così:

Mamma di turno: «Dai, ora lasciate in pace zia Virginia»

Infante di turno: «Ma mamma, volevamo cantare la canzone del bruco!»

Mdt: «Va bene, ok. Ma dopo quella del bruco basta, intesi?»

E – puff – la mamma sparisce. Il fatto che dopo mezz’ora io non sia ricomparsa in salotto tra gli altri maggiorenni non lo nota nemmeno.

O forse lo nota eccome. Ma pensa: «Meglio lei, che io». E d’altronde: come potrei darle torto?

In generale, comunque, la conseguenza più “socialmente scomoda” del mio approccio laico agli 0-12 è che difficilmente riesco davvero a trovare belli i neonati/bambini di cui ogni tanto mi sottopongono le fotografie.

O almeno, anche qui: quelli belli veri li riconosco. Ma certo non sono il tipo che dice: «I bambini sono tutti belli».

Ci sono i belli e i brutti.

E tutti quelli in mezzo.

Ormai, però, su questo ho imparato la lezione.

Ovvero…

La nostra società accetta praticamente tutto, comprese cose francamente ai limiti del surreale, quali:

  1. Gente che si presenta così su un red carpet 1944853_q27
  2. Salvini che viene spacciato per sex symbole qui ci vuole davvero una bella dose di sospensione dell’incredulità… O, in alternativa, tenete a portata di mano un rospo da leccare…sa1
  3. Uomini che portano questi pantaloni: image1xxl-1

Ma provate a dire ad alta voce che un bambino è brutto. O che a voi i bambini non piacciono granché. 

Dico solo: provateci… 

Se poi a dirlo è una donna incinta (come la sottoscritta), allora, nell’ordine, ecco quello che succede:

prima c’è lo sguardo incredulo del tuo interlocutore.

Poi un’idea balena nella sua mente e scatta una risata.

Risata che si spegne bruscamente quando capisce che no, non stai scherzando.

E a quel punto, eccolo lì:

Lo sdegno.

Il muto (quando va bene) rimprovero.

E a seguire l’imbarazzo.

Il tuo interlocutore è a disagio.

Taglia corto.

Guarda il cellulare.

S’inventa una impellente necessità fisiologica.

E tu resti lì: con la tua lettera scarlatta incisa sul petto.

In altre parole: i tabù sociali sono stati praticamente tutti infranti.

Tranne questo. 

Su questo il patto sociale tiene eccome. E quindi: se i bambini non ti piacciono, tienitelo per te.

Peraltro, finora, il fatto di non essere propriamente quello che gli americani definiscono una “child-person” mi ha causato perlopiù solo imbarazzi occasionali.

Ché tanto, a vent’anni, i tuoi amici non hanno figli.

I luoghi che frequenti tu raramente sono gli stessi che attirano le famigliole in libera uscita. E pure a Natale, al tavolo dei bambini dove ti fanno sedere fino a che non sei sposato, a prescindere dalla tua età, anche il cugino più piccolo ha ormai superato la fase dei denti da latte.

Ma a trent’anni le cose cambiano.

Attorno a te cominciano a spuntare le pance.

Poi arrivano le carrozzine.

Gli omogeneizzati.

Le chat whatsapp con le altre mamme della classe.

Le persone fanno figli a cui fanno foto che sono orgogliose di mostrare in giro.

I bambini diventano il loro +1 fisso.

E poi, un giorno, con la pancia ti ci ritrovi pure tu.

Inizi a chiederti se il fatto di portare nel tuo marsupio interno un altro essere umano cambierà il tuo approccio agli 0-12. Per amore di pace sociale, speri che la tua soglia di tolleranza salga proporzionalmente ai valori delle tue beta.

Ma basta un pomeriggio d’estate in piscina a smontare la tua pia illusione.

Esterno giorno.

Le scuole sono chiuse.

I bambini in piena fase Signore delle Mosche.

E c’è la baby dance.

A palla. 

E’ a quel punto che comincia a nascere in te una solidarietà tutta nuova con il Michael Douglas di “Un giorno di ordinaria follia”.

O, più semplicemente, con il bagnino napoletano della suddetta piscina. Lui, che quel giorno mentre mi posizionava il lettino, ha guardato con aria truce la masnada di bambini. E girandosi verso di me, con un sospiro, ha ammesso:

«Eh… ‘Sti bambini. Scusi, eh, signo’. Ma io so’ nu poco Erode».

 

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