Accettare il corpo in gravidanza? Io c’ho messo 7 mesi

Rullino i tamburi, squillino le trombe.

Ho avuto un’illuminazione.

Arrivata ormai a sette mesi di gravidanza, ho capito una cosa che finora mi era sfuggita:

non sono grassa. Sono incinta. 

Ecco, mi sembra di percepire chiaramente la vostra reazione:

«E c’hai messo sette mesi per arrivarci???»

La risposta è:

sì, c’ho messo sette mesi.

Perché una cosa è sapere, razionalmente, di essere incinta, di avere nella pancia qualcuno che cresce.

Un’altra è fare, un giorno dopo l’altro, i conti con l’immagine che lo specchio ti rimanda. E riuscire ad accettarla. 

I casi sono due:

  • o sei – come dico io – una feticista della pancia, una che nelle rotondità materne vede la sublimazione del proprio essere donna. E allora, tutto bene, chi più ne ha, più ne metta;
C'è chi incinta si sente una dea della fertilità... e chi no.
C’è chi incinta si sente una dea della fertilità…
  • oppure ti senti una mucca.

Io non rientro nella prima categoria.

Le cose sono poi ancora più difficili se nella vita ante Alien ti sei (più o meno) sempre vista come una persona piuttosto in forma. O quantomeno padrona delle tue forme, della serie: so di essere abbastanza magra e che, comunque, se metto su due chili di troppo con un paio di settimane di dieta torno come nuova. (Questo ovviamente al netto di quelle giornate “sono-grassa-piena-di-cellulite-e-non-ho-niente-da-mettermi” che di solito coincidono con la sindrome pre-ciclo e che credo non risparmino nemmeno marziane vere come, che so, Miranda Kerr o Gisele Bundchen).

Ecco: se fino a pochi mesi fa eri così, oggi all’improvviso ti ritrovi ad avere l’ago della bilancia che sale appena inghiotti qualcosa che vada oltre un regime alimentare di pura sussistenza.

Oggi hai un dottore che ti guarda serio e dice: «Pesi troppo. Non va bene. Devi stare a dieta». E ti appioppa un menù settimanale che la sera per cena prevede trenta – e lo ripeto: trenta – grammi di riso.

Tu che finora, quando a cena con le amiche dicevi: «Stavolta il dolce non lo predo: sto a dieta», ti sentivi rispondere un coro di: «Ma quale dieta! Stai benissimo!»…

Tu che sapevi che quei pantaloni comprati cinque anni fa ti sarebbero entrati senza problemi anche questo inverno…

Tu ora scopri invece che no, quei pantaloni non ti entrano – e forse non ti entreranno mai più. 

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E non è per niente facile.

Pure se lo sai.

Pure se in teoria sei preparata.

L’accettazione profonda è un’altra cosa.

E se inoltre, come la sottoscritta, sei anche un *filino* freak-control e sei cresciuta nella convinzione che girovita e destino si plasmino con l’impegno e la determinazione, beh…

Devi anche accettare il fatto che stavolta non sei tu alla guida della barca.

Perché la verità è che il tuo corpo non ti ascolta.

Fa quello che gli pare. Accumula grasso dove pensa che serva, secondo una saggezza tutta naturale che con i canoni estetici non ha nulla a che vedere – anzi, se ne infischia proprio.

E a te non resta che una sola opzione praticabile:

abbozzare.

Ma ammetterlo non è semplice. Io ho impiegato appunto sette mesi.

Mesi in cui, peraltro, sei circondato da persone che – per carità, seppure animate dalle migliori intenzioni – non fanno altro che magnificare ogni centimetro che si aggiunge alle tue curve, ogni nuova rotondità che spunta lì dove prima rotonda non lo eri affatto.

E qui arriviamo al tabù del giorno:

lamentarsi della propria forma fisica in gravidanza.

Se quando sei incinta ti senti brutta e grassa, e lo dici, la tua esternazione viene puntualmente liquidata con insofferenza o con derisione.

Come se fosse una sciocchezza.

O meglio: come se tu fossi una sciocca a dire, o anche solo a pensare, certe cose.

«Ma figurati. Ma ti pare. Ma che dici».

«Che poi lo sanno tutti che la pancia è bellissima».

Eppure, accettare un cambiamento fisico così importante – e che spesso lascia strascichi a lungo – è tutt’altro che banale. 

E di certo non è una cosa sciocca.

Anzi.

Dal mio punto di vista, questo è il primo atto di sacrificio di sé – quel sé pre-figli, pre-gravidanza che ci stiamo lasciando alle spalle – che una donna fa per il proprio bambino.

Accettiamo di dire addio (a volte temporaneamente, a volte per sempre) al corpo che avevamo e che curavamo, valorizzavamo, vestivamo e nutrivamo secondo la bussola personale dei nostri gusti e inclinazioni – e lo facciamo per fare spazio ad altro.

O meglio: a qualcun altro.

Non mi vergogno di dire che, se fino a trenta e passa anni non ho mai neanche preso in considerazione l’idea di fare figli, è stato anche per questo:

la paura di ritrovarmi, alla fine, in un corpo che non mi piacesse. 

Ora che Alien, malgrado tutto, è arrivata e cresce nella mia pancia, ho dovuto alla fine arrendermi.

Arrendermi a salire sulla bilancia e vedere segnato un peso che mai avrei pensato di associare a me.

Arrendermi alle braccia che si sono arrotondate, ai fianchi che si sono ispessiti.

Arrendermi a essere preceduta da una specie di pallone aerostatico ogni giorno più gonfio, che rende troppo corti tutti quei vestitini a fiori che per anni hanno costituito la mia divisa estiva.

Vestitini che fino a ieri mi ostinavo a indossare, nella strenua convinzione che sì, in fondo, come dicono gli ammerigani: «If you don’t mind, it doesn’t matter».

Ma oggi – ve l’ho detto – ho avuto un’illuminazione.

E, come tutte le epifanie, una volta che ce l’hai avuta, ti sembra incredibile non esserci arrivata prima.

Proust aveva epifanie mangiando maddalene inzuppate nel tè. Io devo accontentarmi di 30 gr di riso...
Proust aveva epifanie mangiando maddalene inzuppate nel tè. Io devo accontentarmi di 30 gr di riso…

Ma certo.

Ovvio.

Non sono grassa: sono incinta.

E dunque il vestito a fiori oggi lo metto via.

Certo: non lo butto. Lo ripongo.

In fondo, spero che questo sia solo un addio temporaneo.

Che magari tra un anno o due potrò ritirarlo fuori e scoprire che c’entro ancora, che le gambe sono tornate snelle, che i rotolini sui fianchi sono finalmente spariti e che la mia pancia è di nuovo piatta.

Ma per ora va bene così.

Per ora posso dire che non mi importa.

Perché quella mongolfiera che mi rimanda lo sguardo quando mi specchio non sono io: siamo noi.

Noi due.

E dunque per forza ingombriamo tanto spazio.

Oggi pomeriggio quindi mi comprerò dei pantaloni premaman, con la fascia elasticizzata al posto della cintura. Sì: proprio quelli che fino a qualche tempo fa giuravo che non avrei mai indossato.

Perché sebbene Alien non sia ancora nata, fa già parte della mia vita.

E’ arrivata l’ora che io cominci a farle spazio anche nel mio guardaroba. 

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