Ciao. Sono Virginia. E ho una dipendenza.

Ciao a tutti.

Sono Virginia.

E ho una dipendenza.

All’inizio era solo un gioco.

Ho provato così, per curiosità. E anche, vi dirò, con un certo scetticismo: «Ma che ci troveranno gli altri?»

Ma dopo la prima volta è arrivata la seconda. E poi la terza. E la quarta.

Fino a che non ho smesso di contarle. 

Pensavo: «E che sarà mai? In fondo, non faccio male a nessuno».

Ma senza accorgermene quello che era, che doveva essere, poco più di un gioco mi è scivolato dalle mani.

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Sono entrata in un loop – una sorta di incubo ricorrente a occhi aperti – in cui ogni giorno, ogni mattina, ogni momento mi dico che no, basta. Oggi sarò più forte.

Ma poi capitolo, travolta dalla forza della coazione a ripetere.

Non sono più padrona del mio tempo.

Mio marito, che all’inizio tollerava con un sorriso bonario, oggi mi guarda preoccupato.

Anche i miei genitori hanno iniziato a sospettare qualcosa.

Io, come tutti coloro che soffrono di una dipendenza, ho imparato a mentire. A negare. A intrecciare la mia quotidianità con sotterfugi che, in realtà, non ingannano nessuno.

E ora sono arrivate le notti insonni.

Le ore di buio, lente e veloci allo stesso tempo.

Le ore in cui nessuno ti osserva.

Sono proprio quelle in cui la mia debolezza viene fuori senza ritegno.

Ma ormai non posso più fingere nemmeno davanti a me stessa.

E allora, se ammettere la dipendenza è il primo passo per uscirne, eccomi qui, davanti a voi, con il capo cosparso di cenere.

Ciao a tutti.

Sono Virginia.

E ho una dipendenza dai gruppi Facebook in cui le mamme vendono prodotti di seconda mano.

I mercatini virtuali.

Aperti a tutte le ore del giorno (e della notte, tanto ho scoperto che le mamme non dormono MAI).

Luoghi nei cui meandri una donna in attesa del primo figlio può perdersi. Un click dopo l’altro. Un “Mi piace” dopo l’altro.

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Guardi una foto.

Posti un commento.

Ricevi risposte.

Le offerte si moltiplicano.

I prezzi sono sempre più bassi. Le proposte sempre più allettanti.

E così, come se niente fosse, ti ritrovi ad avere fissato per il prossimo sabato quattro appuntamenti per visionare/ritirare: uno ai Castelli Romani, uno a Pomezia, uno a Piazza di Spagna, uno a Parco Leonardo.

Tu, che solevi passare il sabato tra un brunch e i giornali del weekend, non sei più la stessa.

Tuo marito non ti riconosce più, coinvolto suo malgrado nella tua ossessione (i famigliari sono sempre vittime collaterali).

Lui, che questo finesettimana sperava di potersi alzare dal letto alle 10 e che invece si trova la sveglia puntata (da te) alle 6:30, «ché l’appuntamento ai Castelli per vedere lo scaldabiberon da macchina ce l’abbiamo alle 8».

Ecco.

Ora sento su di me il vostro rimprovero.

Lo scherno.

La pietà per quello che sto infliggendo alla mia famiglia.

D’altronde, giudicare  è sempre facile. Ma a voi, tutti voi che puntate il dito o girate lo sguardo davanti al demone che mi assilla, chiedo:

in tutta onestà, potreste resistere a un lotto abitini neonata 0-3 mesi di quaranta pezzi a 15 euro?

A un Trio Inglesina del marzo 2016 in vendita a 300 euro (anziché le 700 e passa del negozio)?

A un fasciatoio Foppapedretti a 80 euro, anziché 180?

A una bilancia pesaneonati a metà prezzo, ma ancora in garanzia?

E infine, a un pupazzo a forma di squaletto fatto a mano, su design scelto da me e solo per la mia bambina, a 15 euro?

Dico... Non è un amore??
Dico… Non è un amore??

Eh, lo so:

all’improvviso, giudicare non sembra più tanto facile…

Vi capisco.

Ci sono passata anch’io.

Ci siamo passate tutte.

Non dovete vergognarvi se alla fine di questo post andrete a sbirciare i gruppi delle mamme su Facebook.

Lo farete così, tanto per dare un’occhiata.

Per gioco.

Con scetticismo.

Per capire, con l’approccio antropologico da osservatore neutrale di Pavia: «Ma che ci troveranno gli altri?»

E poi, vi direte, che sarà mai?

In fondo, non fate male a nessuno…

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