La vita è come un videogame. Dopo il livello IKEA, c’è il livello Prénatal

Fino a qualche tempo fa, pensavo che il sabato pomeriggio a IKEA fosse la cosa più simile a un girone dantesco esistente qui, sulla terra.

Già.

***Il sabato pomeriggio a IKEA*** 

Paura, eh??
Paura, eh??

(Alzi la mano chi di voi non ha avuto un brivido freddo lungo la schiena… E comunque, no: non vi credo). 

Sabato pomeriggio a IKEA significa:

  • Le polpettine di renna.
  • Gli scatoloni piatti che non sai come caricarti (e scaricarti) in macchina.
  • I chilometri macinati alla ricerca di una libreria BILLY, di un tavolino LACK effetto betulla, di un quadro PJATTERYD (sì, quello con Audrey Hepburn di tre quarti e costume di scena di Colazione da Tiffany. Ce l’avete voi. Ce l’ho io).
Mitico PJATTERYD
Mitico PJATTERYD
  • E poi il giallo IKEA, la matitine IKEA per appuntarsi le misure e le decine di oggettucoli vari, più o meno utili, più o meno duraturi, che riempiono invariabilmente la nostra bustona acquisti IKEA dopo quello che avrebbe dovuto essere un passaggio rapido e indolore attraverso il reparto bambini.
Sì, lo so: come abbiamo potuto vivere fino ad ora senza un puff quadrato con gli occhi e la corona?
Sì, lo so: come abbiamo potuto vivere fino ad ora senza un puff quadrato con gli occhi e la corona?

Le litigate con il partner il sabato pomeriggio a IKEA sono un must.

Anzi, di più.

Sono un rito di passaggio della coppia moderna.

Perché quando si decide di fare sul serio, di andare a convivere o sposarsi, si passa senza dubbio da IKEA.

E – ormai lo sappiamo tutti – questo è il primo vero step per testare la solidità della relazione.

Se avete superato l’ordalia senza scannarvi a vicenda, allora complimenti.

Potete consideravi una coppia solida.

Ma non crogiolatevi sugli allori.

Perché la vita, come i videogame, è fatta di livelli.

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E dopo il livello IKEA – quello in cui metti a punto la vita a due e cominci a scrivere Engaged o Married sul tuo status Facebook – ti aspetta al varco il secondo livello:

***il livello Prénatal***

A questo ci arrivi quando tu e il tuo partner aspettate un bambino.

E i sabato pomeriggio a IKEA vengono sostituiti dai sabato pomeriggio da Prénatal.

Anche questo è un rito di passaggio.

Succede a tutti.

Nessuno escluso.

A qualcuno prima, ad altri dopo, ma a molti intorno al settimo-ottavo mese di gravidanza.

Perché, come dice il foglio che ti hanno dato nell’ospedale/clinica dove partorirai, è appunto dal settimo mese che bisogna avere pronto il mitologico borsone parto.

Antiche leggende narrano di una borsa senza fondo... Un universo di sacchetti... Di corredini e camiciole della fortuna...
Antiche leggende narrano di borse senza fondo… Un universo di sacchetti… Di corredini e camiciole della fortuna…

Il borsone parto è quello che porti con te in ospedale. Contiene il corredino per il nascituro e cose orrende che serviranno alla mamma mentre è ricoverata (tipo le mutande a rete usa e getta e un paccone di assorbenti post parto che in confronto i Tena Lady Plus sono discreti salvaslip).

E dove li compri questi indispensabili?

Ovvio: da Prénatal. Ché da loro trovi tutto.

E quando ci vai, da Prénatal?

Ovvio: il sabato pomeriggio.

Perché tu magari sei in congedo maternità, ma il tuo partner no. E il tuo partner è un futuro padre moderno e vuole essere coinvolto nel baby shopping.

Dunque sabato scorso anche noi – che siamo quasi all’ottavo mese di attesa – siamo andati da Prénatal.

prenatal

Ve lo dico subito:

ne siamo usciti a pezzi.

E alleggeriti di svariate centinaia di euro.

Del resto, se un paio di “calzini primi giorni” – vale a dire circa quattro cm di lana in tutto – me li metti a 8 euro…

Eppure, non è stato nemmeno il conto finale a stenderci.

Al tappeto ci hanno mandato le commesse di Prénatal.

Come tante piccole Mohammed Ali, sono addestrate a sfiancanti con finte e movimenti di gambe per poi sferrare il colpo finale quando sei alle corde.

Oh, sappiatelo:

non esiste pietà, da Prénatal.

«Ma le camicine della fortuna le ha prese? Guardi che le servono, le camicine…».

«E i sacchetti per dividere il corredino in cambi completi, uno per ogni giorno di degenza, li ha presi? Guardi che le servono, i sacchetti…»

«Le coppette assorbi-latte? Solo un pacco? Ma guardi, le serviranno anche quando torna a casa, le coppette assorbi-latte…»

«E i copri-fasce? Solo quelli in ciniglia? Ma guardi, se l’ospedale è ben riscaldato, il bambino potrebbe avere caldo. Meglio prendere anche quelli in cotone…»

«E il cappellino per coprirlo quando esce? Guardi che le serve, il cappellino…»

Insomma: un assalto senza tregua.

E senza esclusione di colpi, con tanto di sottile (manco troppo, in realtà) manipolazione psicologica.

Soprattutto se sei genitore per la prima volta (e questo le commesse di Prénatal lo fiutano tipo gli squali con il sangue), il sottotesto dei loro suggerimenti garbati come fiori di plastica è:

«Voi, genitori snaturati, volete mandare vostra figlia appena nata in giro malvestita, poco coperta, troppo coperta?»

«O forse – vade retro – pensavate di vestirla con gli abiti dismessi che vi ha passato la vostra amica che ha avuto un maschietto lo scorso anno e che sono BLU??!»

Commesse Prénatal nel loro habitat naturale
Commesse Prénatal nel loro habitat naturale

Lo confesso: io e il Chioccio non abbiamo retto.

E alla fine, come due pugili suonati non più presenti a se stessi, abbiamo pure firmato un modulo per avere la Prénatal Vip Card (che – per inciso – si paga 30 euro).

«Ma come, non avete la Prénatal Vip Card? Ma guardate che vi serve, la Prénatal Vip Card. Ma certo: si risparmia un sacco, con la Prénatal Vip Card…».

Quando finalmente, ore dopo, siamo riemersi dal mega Prénatal, pioveva.

La Salaria era bloccata.

In auto, a passo d’uomo, io e il Chioccio guardavamo dritti davanti a noi.

In silenzio.

Stremati.

E mentre la radio gracchiava in sottofondo (ché nel sottopassaggio dove siamo rimasti fermi venti minuti buoni causa traffico non prende bene…), ho sentito crescere in me una nuova empatia con Bill Foster.

Dai, Bill: confessalo.

Altro che minimarket coreano.

Altro che risse con gangster ispanici.

Altro che fast food dove non servono la colazione dopo le 11:30.

Tu avevi trascorso il sabato pomeriggio nel Prénatal sulla Salaria.

Forse avevano appioppato anche a te una Vip Card.

E magari ti avevano rifilato un pacco extra di mutande a rete.

Non vergognarti, Bill.

Ci sono passata anch’io, Bill.

E te lo dico con solidarietà ed empatia,

da reduce a reduce:

la tua è stata una comprensibile, umana, civilissima reazione. 

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