Tornare a lavorare dopo la maternità? Ecco cosa consigliano gli esperti

Rientrare al lavoro (o trovarne uno) dopo un figlio non è facile. Ma questi suggerimenti essenziali ti aiutano a tornare in pista. Come? Lavorando – nel modo giusto – su te stessa.

Conciliare famiglia e lavoro? In Italia è ancora una corsa ad ostacoli. E a farne le spese sono soprattutto le lavoratrici.

Messe alle strette da un mercato del lavoro tagliato su modelli maschili e da politiche di welfare insufficienti, quasi una donna occupata su 4 lascia il lavoro dopo il primo figlio.

Per due donne su tre la ragione risiede nella difficoltà di coniugare lavoro e gestione dei bambini (fonte UIL: Possiamo permetterci un figlio?).

Ma se le circostanze esterne non sono tra le migliori (per usare un eufemismo…), le donne italiane possono comunque trovare il modo per rimettere se stesse al centro dell’offerta professionale.

Abbiamo chiesto come alla sociologa ed esperta di sviluppo e gestione delle risorse umane, Luciana D’Ambrosio Marri, e alla fondatrice e direttrice dell’Istituto di studi superiori sulla donna, Marta Rodriguez.

«Partiamo da alcune cifre», spiega D’Ambrosio Marri. «Nel 2014 le donne italiane rappresentavano il 42% circa degli occupati totali. Significa -4% rispetto alla media dei 28 Paesi europei. Ma questo dato può essere associato in modo interessante ai risultati di un altro studio, molto recente, firmato Unioncamere.

Da questa ricerca emerge che tra 2010-2015 nel nostro Paese sono nate 35mila nuove imprese femminili (pari al 65% del totale delle nuove imprese)».

 

self-branding-1

Qual è l’identikit di queste imprenditrici?

«Si tratta per lo più di donne giovani, sotto i 35 anni, e con un alto tasso di istruzione.
E anche grazie al loro contributo, a fine 2015 il 21% del totale delle imprese italiane risulta costituito da imprese femminili. Che – per inciso – danno lavoro a circa 3 milioni di persone. Un altro fatto da sottolineare: il notevole aumento di concentrazione di donne alla guida di start up innovative e aziende di IT (information technology)».

Perché questo elemento è importante?

«Perché tradizionalmente le materie e aziende scientifiche sono considerate appannaggio degli uomini. Invece è importante enfatizzare con questi esempi concreti e positivi la dimensione femminile nei settori scientifici. Dobbiamo allenarci ad avere una maggiore fiducia nel nostro potenziale umano e professionale e a guardarci intorno con mente aperta. Il primo passo per tornare nel mercato del lavoro è quello di credere in noi stesse. Smettiamo di dare ascolto alle frasi killer lanciate da chi ci sta intorno».

Frasi killer?

«Ma chi te lo fa fare, ma figurati, ma se non ci ha pensato nessuno finora, un motivo ci sarà… Ma, come: tu? Eh sì, ma quando i tuoi genitori invecchiano, come fanno se vai a lavorare fuori? Tu sei figlia unica…

Quante volte fidanzati, compagni, amici e parenti, anche in buona fede, pronunciano frasi che corrodono la nostra autostima?

Ecco perché è necessario lavorare innanzitutto su noi stesse per non introiettarle e non farci ingabbiare dai pregiudizi.

Un altro punto fondamentale per tornare in pista è: non aspettarsi sempre il riconoscimento da parte di qualcun altro.

Non vergognatevi di parlare delle vostre capacità, dei vostri meriti. Non si tratta di essere poco modeste: ma di riconoscere per prime il proprio valore

Oltre alle frasi killer, quali sono le trappole da evitare? 

«Non cercate la perfezione. Sul lavoro quando a uomo viene proposto un ruolo di responsabilità, lui accetta e festeggia. Se la stessa proposta la fanno a una donna, lei pensa invece a quanto sia o meno adeguata, “perfetta” per questo ruolo. Questa rincorsa della perfezione genera naturalmente dubbi e interrogativi e ciò la porta a sentirsi inadeguata. E magari a rifiutare.

Mettiamoci in testa una volta per tutte che la perfezione non esiste

Se noi donne per prime abbiamo questa immagine irrealizzabile di noi stesse, il danno è doppio. Da una parte si rafforzano i pregiudizi maschili verso le donne. Dall’altra aumenta anche il nostro senso di colpa: nei confronti degli impegni lavorativi (o sono perfetta a 360 gradi o significa che non sono all’altezza, quindi mi sento in colpa) o della famiglia (ho accettato una promozione, lavoro più a lungo, non sono più la perfetta moglie e madre, quindi mi sento in colpa).

Il nostro perfezionismo ci ingabbia.

Fermo restando che l’organizzazione del lavoro è pensata al maschile e quindi va decisamente rivista, a cominciare dall’orario delle riunioni nel tardo pomeriggio che andrebbero abolite a vantaggio di tutti!».

In Italia meno di una donna su due lavora.

«Questo ha ragioni culturali e sociologiche. Ancora oggi è predominante l’immagine della donna come “colei che si prende cura” e dell’uomo come “colui che decide”.

Una rappresentazione fuorviante. Ma se è forte in senso lato il pregiudizio degli uomini nei confronti delle donne, anche noi donne dovremmo fare autocritica. Troppo spesso ancora tendiamo al “vorrei, ma non posso”.

Insomma, non limitiamoci a chiedere una possibilità: prendiamocela

Poi, è ovvio: per recuperare e valorizzare le professionalità femminili disperse bisogna lavorare su due fronti.

Il primo è appunto questo legato alla rappresentazione e autorappresentazione dell’immagine femminile.

Il secondo è quello delle politiche sociali.

Dobbiamo pretendere leggi e politiche che sostengano la famiglia e la genitorialità. Partendo per esempio dagli asili.

Le statistiche ci dicono che dove ci sono più asili, cresce il numero di donne che lavorano e la natalità aumenta.

Su questo uno stato democratico deve intervenire. E attenzione: non come un piacere fatto alle donne sulla base di una loro questua.

Si tratta di fare scelte strategiche a vantaggio della collettività, che attualmente sta perdendo buona parte del potenziale produttivo femminile».

Qualche consiglio pratico per le donne che vogliono tornare al lavoro dopo la maternità?

«I primi anni di un figlio sono i famosi anni che non tornano più. Quindi il primo consiglio, se potete, è quello di goderveli.

Ma non annullatevi nel ruolo di mamme.

Il rischio altrimenti è vedersi solo come una madre. E questo è un primo ostacolo per tornare a lavorare. Mantenete dunque i vostri spazi, senza sensi di colpa.

Se siete dipendenti di un’azienda, il vostro posto di lavoro è per certi versi garantito. Ma il rientro potrebbe comunque non essere piacevole. Non è detto che ad attendervi ci sia una situazione incoraggiante, di facilitazione della ripresa del lavoro.

Magari qualcuno ha addirittura occupato la vostra scrivania.

Il mio consiglio è: mettete in conto che questo possa avvenire. Non vi fate scoraggiare. E mentre siete ancora in congedo maternità non perdete contatto con la vostra azienda.

Restate informate. Aggiornatevi, anche su internet. Alimentate la vostra dimensione professionale

E per chi il lavoro non c’è l’ha? Molti contratti a tempo determinato non vengono rinnovati in caso di gravidanza.

«Se non hai un lavoro che ti attende, il primo passo è: non inviare cv a caso, ma cerca delle nicchie specifiche più coerenti con i tuoi interessi e con i talenti che sono emersi anche durante la tua maternità.

Ricordatevi che una maternità vale quanto un master

Fa emergere attitudine al multitasking, accresce la capacità di organizzazione e quella di empatia, etc.

Alcune grandi aziende italiane come ENEL, ENI, LUXOTTICA, TIM, lo hanno capito e stanno mettendo in atto politiche interne di attenzione e sostegno al rientro.
Nelle aziende più piccole (che costituiscono quasi il 98% del tessuto imprenditoriale italiano) il contesto è meno facile.

Per attuare politiche di people care servono fondi. Ecco perché è cruciale che vengano elaborate detrazioni fiscali vantaggiose per incoraggiare le imprese medio-piccole a imboccare questa strada.

Durante la ricerca di un impiego conta però molto anche il modo in cui ci si pone.

Dunque non vivete la vostra maternità come qualcosa di cui dovete scusarvi. Piuttosto enfatizzate le capacità che questa esperienza ha ulteriormente sviluppato in voi

Donne e lavoro

 

Anche per la professoressa Rodriguez, che ha fondato e dirige l’Istituto di studi superiori sulla donna, «la maternità dovrebbe essere inserita nel cv».

Eppure, dopo la maternità, c’è chi si sente quasi senza identità.

«Una donna che da un giorno all’altro passa dall’essere una grande professionista che trascorre 10-11 ore in ufficio a stare in casa tutto il tempo (seppure a fare la cosa più bella del mondo) è una donna che si deve riscoprire.

La maternità è un’esperienza centrale. Ma le donne vanno sostenute

La nostra cultura ci propone modelli in cui tutto è misurabile: tu vali quanto produci. Quindi se ti misuri solo sulla base di questi parametri, ti fai delle domande su te stessa. Metti in dubbio il tuo valore e il valore di quello che stai facendo o hai fatto: un figlio, una famiglia».

In molte realtà lavorative essere madri – o peggio essere in età da figli – viene visto come un handicap da datori di lavoro e colleghi.

«Questo avviene perché sono ancora radicati schemi vecchi. Però la macrotendenza attuale ci dice che il mondo del lavoro va verso un paradigma non fissato sul timbro del cartellino e la presenza in sede: quanto piuttosto sul raggiungimento degli obiettivi. Questo sta avvenendo grazie anche alle nuove tecnologie, che consentono un’organizzazione del lavoro flessibile.

Credo che la presente crisi economica non possa essere affrontata senza il contributo delle donne. Ma questo non può significare sacrificare le famiglie. La crisi demografica non può essere la soluzione

Sembra che le donne che hanno successo sul lavoro debbano spesso rinunciare alle loro prerogative anche di madri e mogli/compagne.

«Il mondo del lavoro in cui ci muoviamo era stato pensato per gli uomini. In una prima fase le donne sono entrate e si sono fatte valere a costo di sacrifici personali, pagando uno scotto molto alto. Ancora oggi è difficile conciliare posti di responsabilità e famiglia.

Ecco perché per valorizzare le professionalità femminili è necessario cambiare il modo di gestire le risorse umane e l’organizzazione aziendale.

Un esempio semplice? Le riunioni importanti non possono essere fissate dalle 18-20, quando una madre ha una serie di incombenze legate alla gestione dei figli. Facciamole di mattina

Dobbiamo incorporare queste abitudini nella nostra cultura manageriale: altri Paesi d’Europa lo hanno già fatto».

Senza aspettare la politica o una rivoluzione culturale, che cosa possono fare le donne in prima persona?

«Lavoriamo sull’autostima. Noi siamo la nostra risorsa principale: dobbiamo conoscerla, apprezzarla, metterla in gioco.

Impariamo a comunicare noi stesse come un brand

Ricordiamoci che tutto conta: l’immagine personale deve andare di pari passo con quello che di sé si vuole trasmettere.

In un colloquio di lavoro, abbigliamento, gestualità, tono di voce valgono spesso più di quanto ci sia scritto sul nostro cv.

Lo provano dati statistici desunti da studi psicologici.

Durante un primo incontro, sull’idea che il nostro interlocutore si forma di noi pesa per il 25% che quello che diciamo; per circa il 30% il linguaggio non verbale (ovvero: come lo diciamo) e per oltre il 40-45% la nostra immagine.

Occuparci anche del nostro look, dei colori e delle linee che indossiamo non è una frivolezza. Tutt’altro! È un importante atto di self-marketing che dice a chi ci sta intervistando: sono in linea con i valori della vostra azienda e con il ruolo che proponete».

 

Se vuoi approfondire questi argomenti e lavorare su te stessa, l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna propone un Corso di perfezionamento in Self-Management e Self-Branding. Le lezioni inizieranno a gennaio. Qui trovi tutti i dettagli.