Mio figlio ha due anni e non parla: è normale? Ecco i segnali da non trascurare

Il tuo bambino ha ormai due anni e parla poco. O non parla affatto. Ma davvero bisogna preoccuparsi? La logopedista ci spiega quali sono i campanelli d’allarme da tenere sott’occhio.

Capita a tanti genitori. Il bambino ha due anni e parla poco. O non parla affatto. 

I confronti sembrano inevitabili. Con i compagni di scuola. Con il fratellino più grande. Con i bambini del parco.
Le chiacchiere (e le vanterie) delle altre mamme non aiutano. «Mio figlio? Le prime parole a sei mesi».
Nella mente di mamma e papà comincia ad affacciarsi un pensiero di quelli che fanno paura:

Ma mio figlio è normale?

Il fai-da-te in questi casi non serve: anzi. E inutili (perfino dannosi) sono i consigli e pareri – seppure benintenzionati – di nonni e zii:
«Ma figurati».
«Esagerata».
«Anche tu hai iniziato a parlare tardi».
«E poi queste cose si risolvono da sole. Ma sì. Vedrai».

In realtà, se hai l’impressione che tuo figlio non parli o parli troppo poco per la sua età la cosa migliore che puoi fare è rivolgerti tempestivamente a un esperto.

Noi l’abbiamo e abbiamo intervistato per te la dottoressa Anna Giulia De Cagno, logopedista e psicologa infantile, presidente dell’Associazione regionale dei Logopedisti della FLI-Lazio e vice presidente della Federazione Logopedisti Italiani (FLI).

«Le tappe di sviluppo del linguaggio sono ormai ben note. A 2 anni un bambino dovrebbe dire almeno 50 parole. Mentre le prime combinazioni di due parole (es. “bimba bella” o “pappa buona”) in media arrivano verso i 30 mesi.

Ci sono però anche bambini che parlano molto di meno. E non necessariamente questo è sintomo di un problema o di una patologia.
A due anni la variabilità è molto ampia. Quello che importa è che a tre anni il bambino sappia parlare, seppure con una pronuncia delle parole un po’ più difficili a volte ancora scorretta».

Se a due anni la variabilità è così ampia, i genitori come possono capire se il loro bambino ha effettivamente un disturbo del linguaggio?
«I genitori devono osservare il figlio: sembra interessato alla comunicazione o no? E’ importante valutare se il bambino, pur parlando poco (o anche molto poco), comprende e/o usa gesti per farsi capire. Per esempio, se si nomina un oggetto non presente nella stanza e il bambino lo va prendere. O ancora: se gli dite “Tra un po’ arriva nonna” e il bambino guarda verso la porta e poi verso la mamma/il papà significa che ha capito, seppure non è ancora in grado di rispondere.

La triangolazione dello sguardo è un atto comunicativo importante del bambino, che condivide con lo sguardo l’oggetto del suo interesse.

Osservate vostro figlio. Usa i gesti per comunicare?

I genitori possono inoltre osservare i cosiddetti “giochi di suoni” del loro bambino: la lallazione, la prosodia (avete presente quei bambini molto piccoli che fanno lunghi discorsi incomprensibili?). O ancora, possono valutare l’attenzione del bambino. Per esempio: notate che segue le filastrocche?»

Insomma, da tutti questi indizi mamma e papà possono capire se il figlio è quello che in gergo si chiama un “comunicatore attivo” anche se non usa le parole.

Quali sono invece i segnali che devono far suonare un campanello d’allarme?
«Se il bambino ha reazioni esagerate o al contrario quasi assenti agli stimoli esterni. Per esempio: se gli si toglie un giocattolo e il bambino non reagisce oppure ha un pianto eccessivo, inconsolabile. O ancora, più in generale, se il bambino non manifesta interesse per l’interazione con gli altri.

In questo caso è bene che il genitore si rivolga a uno specialista: logopedista o pediatra.

Ma attenzione: non stiamo ancora parlando di diagnosi, ma di fare un bilancio comunicativo. Insomma: non siamo ancora nell’ambito della patologia. Inoltre, è importante sottolineare che spesso i disturbi del linguaggio non sono legati a patologie cognitive».

Reazioni eccessive o nulle agli stimoli esterni? Attenzione: campanello d’allarme!

Quando è possibile fare una diagnosi certa?
«Verso i tre anni. Ma anche prima è possibile delineare percentili di sviluppo e monitorare l’evoluzione del linguaggio del bambino.

Ricordiamoci che esistono molti bambini che sono “parlatori tardivi”. Questo non implica necessariamente un disturbo del linguaggio – che statistiche alla mano – riguarda circa il 5% della popolazione

Anche per questo, e pure se mi rendo conto che non è facile, i genitori dovrebbero evitare di fare confronti con altri bambini.

E’ molto importante anche rispettare i tempi dei bambini nello scambio linguistico. Evitate di incalzarli, di finire le parole per loro. Aspettate il vostro turno.
O ancora: non correggete in maniera esplicita il bambino quando parla, se per esempio dice “appa” anziché “scarpa”. E’ utile invece restituire la parola corretta con un feedback, ma senza censurare. In questo caso, il genitore potrà rispondergli qualcosa come: “Ah, sì? Ti piace questa scarpa?”».

Ma i genitori si accorgono che i propri figli parlano troppo poco o tendono a nascondere la testa nella sabbia, preoccupati di scoprire magari un ritardo mentale?
«Di solito i genitori tendono a rendersi conto che c’è qualche difficoltà. Ma c’è abitualmente un contesto che non aiuta. Come la nonna che dice: “Ma figurati, anche tuo zio ha parlato tardi e poi è diventato avvocato”.

Comunque, certo: la paura di scoprire che dietro un ritardo di linguaggio si possa nascondere altro è molto forte e può portare alla negazione

Ecco perché penso che queste questioni dovrebbero essere affrontate più precocemente, già nei corsi preparto. Lo ripeto: un ritardo nello sviluppo del linguaggio non significa necessariamente che ci sia una patologia o un problema cognitivo.
Poi è chiaro: anche l’atteggiamento inverso, quello del genitore ansioso, non aiuta.
Il bambino va stimolato alla comunicazione, non addestrato.

Esistono degli stili di comunicazione che i genitori possono adottare e che favoriscono il linguaggio.
Sono importanti le situazioni di gioco, di lettura, l’utilizzo di libri adeguati, anche molto precocemente (fin già dai 7-8 mesi). Ma anche fare la spesa insieme può essere un’occasione di stimolo per il bambino: ricordiamoci sempre che si impara a parlare attraverso l’esposizione e che la comprensione precede sempre la produzione verbale.

Ogni ambiente, ogni situazione può essere stimolante per il bambino, per accrescere la sua capacità di sperimentare parole nuove .

Esistono poi genitori e genitori. Per esempio, educare un genitore al gioco non è facile. O ha il gusto per il gioco o altrimenti è difficile instillarglielo. Ma questo non significa che siano “cattivi” genitori o genitori inadeguati.

Potrebbero essere genitori con strategie di relazione differenti. Ecco perché, soprattutto in caso di intervento precoce, per il professionista è importante osservare la relazione tra genitore e bambino. Sarà così in grado di spiegare alla mamma e al papà quali sono le strategia migliori per aiutare il loro bambino, magari modificando il contesto o la modalità degli scambi comunicativi».

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