Congedo maternità. Sono incinta. E ora? L’avvocato del lavoro risponde

La rubrica mensile con l’avvocato per parlare di gravidanza, maternità e lavoro. Affrontiamo oggi le domande più frequenti della lavoratrice dipendente che scopre di essere incinta, i suoi diritti e i doveri

Questo non è un paese per mamme, lo sappiamo. Soprattutto sul lavoro. La conciliazione somiglia a una puntata di Giochi Senza Frontiere, e se sei una donna in età fertile i potenziali datori di lavoro ti fiutano da lontano – e fuggono. Ma la legge c’è, i diritti pure, ed è fondamentale conoscerli per non smarrirsi. Ci fa da guida, con un appuntamento mensile, Eugenia Barone Adesi, avvocato, che si occupa di diritto del lavoro, previdenza sociale e famiglia.
Iniziamo con una panoramica generale sui diritti e doveri della lavoratrice dipendente.

Ho appena scoperto di essere incinta: entro quanto lo devo comunicare al datore di lavoro?

Iniziamo chiarendo che, salvo una eccezione (se è adibita a mansioni che la espongano a radiazioni ionizzanti, ad esempio il medico radiologo, personale sanitario che può essere esposto a radiazioni saltuarie), la lavoratrice non ha il dovere di informare il datore di lavoro del proprio stato di gravidanza fino all’inizio del periodo di divieto di adibizione al lavoro (l’astensione obbligatoria, di cui parleremo più avanti). In pratica secondo la legge potreste attendere il settimo mese prima di inviare qualsiasi comunicazione, e a quel punto presentare direttamente la documentazione per l’avvio delle pratiche di
congedo.

donna lavoro

E se sono in cerca di lavoro?

Di recente, la Cassazione ha precisato che la lavoratrice non ha neppure il dovere di informare il datore di lavoro del proprio stato di gravidanza al momento dell’assunzione. Certo, è comunque nell’interess
e della lavoratrice informarlo, dato che se incinta non può essere adibita ad una serie di mansioni pericolose ed all’orario notturno.

Ecco, in quel caso che succede?

Laddove la lavoratrice svolgesse proprio una delle mansioni considerate a rischio, viene spostata ad altra mansione.

Ma non può essere una scusa per un demansionamento, scivolo facile verso un’uscita più o meno spontanea?

Nessuna scusa: se dovesse essere assegnata ad una mansione inferiore, mantiene il diritto alla retribuzione superiore ed a essere reintegrata nel proprio ruolo una volta finita l’interdizione.

La gravidanza è fatta anche di visite, analisi, ecografie. Ci sono permessi speciali?

Nel momento in cui la lavoratrice informa il datore di lavoro del proprio stato ha diritto a permessi retribuiti per effettuare esami prenatali e visite mediche che debbano tenersi durante l’orario di lavoro
(presenterà un’istanza e la giustificazione).

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La paura c’è: perdere il lavoro proprio durante la gravidanza o dopo la nascita del bambino perché meno “produttive” e “flessibili”.

È molto importante precisare che dal momento del concepimento e fino all’anno di nascita del bambino, la lavoratrice non può essere licenziata (salvo eccezioni espressamente previste dalla legge).

Anche se non ho comunicato di essere incinta?

Tale divieto opera a prescindere dalla conoscenza o meno da parte del datore di lavoro dello stato della lavoratrice (lo ha stabilito la Cassazione), perché è collegato allo stato oggettivo di gravidanza. Una volta intimato il licenziamento, la lavoratrice dovrà documentare il proprio stato ed il datore di lavoro dovrà reintegrarla nella propria posizione.

Parlavamo di eccezioni: quali sono?

Eccezioni al divieto di licenziamento: colpa grave della lavoratrice (il cd. licenziamento per giusta causa: ad es. furto in azienda); se l’azienda presso la quale lavora cessa completamente l’attività; completamento della prestazione per la quale è stata assunta o per scadenza del termine apposto al rapporto di
lavoro; in caso di esito negativo della prova (laddove l’assunzione fosse stata subordinata al superamento del periodo di prova).

Se sono io a volermi licenziare?

Laddove, invece, sia la lavoratrice a decidere di interrompere il rapporto nel periodo di divieto, dovrà confermare le proprie dimissioni innanzi al Centro Ispettivo istituito presso il Ministero del Lavoro; avrà inoltre diritto ad una indennità stabilita dal Contratto Collettivo del proprio comparto.

Parliamo invece del periodo di “maternità”, l’astensione obbligatoria dal lavoro. Quanto dura?

La legge stabilisce che sia fatto divieto di adibire la lavoratrice incinta al lavoro da due mesi prima della data prevista per il parto, nonché nei tre mesi successivi all’effettivo parto.

Come si fa ad usufruirne?

Prima dell’inizio di astensione obbligatoria dal lavoro (tra i tre ed i due mesi prima della data prevista per il parto, a seconda dei casi) dovrà presentare la documentazione per l’indennità di maternità (certificato del servizio sanitario nazionale che attesti la data presunta).

A chi bisogna comunicarlo?

Al datore di lavoro, dicevamo, e anche all’INPS, dato che durante l’astensione obbligatoria è il sistema previdenziale a pagare l’indennità . Talecomunicazione deve essere presentata entro il settimo mese di gravidanza, e può essere fatto – per quanto riguarda l’ente di previdenza – via web, contact center telefonico, o tramite un patronato.

È un periodo standard, non modificabile?

Non nella sua durata, ma, se il medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale presta l’assenso, tale periodo può essere modificato in un mese prima della data prevista per il parto e quattro successivi all’effettivo parto.

Ci sono casi in cui questo periodo ha una durata diversa?

Sì, se la lavoratrice fosse adibita a lavori ritenuti gravosi o pericolosi nel caso di gravidanza, il periodo di astensione prima del parto è aumentato a tre mesi.

Nel prossimo appuntamento parleremo delle altre forme contrattuali, per le vostre domande scrivete a contributors@preferivofareluovo.it