Svezzamento o autosvezzamento: la parola a OMS e pediatri

Quando si parla di come nutrire al meglio i nostri figli, il dibattito si trasforma spesso in zuffa. Al di là di opinioni personali e falsi miti, guardiamo che cosa consigliano gli esperti veramente competenti!

alimentazione complementare a richiesta

Poppa o pappa? Questo è il dilemma.

Giochi di parole a parte, pochi argomenti sono in grado di infiammare i dibattiti tra mamme (online e offline) quanto lo svezzamento e l’autosvezzamento.

Quando iniziare, con quali cibi, a richiesta o secondo metodi tradizionali?

Ognuna di noi ha la sua risposta (che ovviamente è l’unica giusta…), le scuole di pensiero sono tante.

Per questo, al di là delle opinioni personali, abbiamo voluto mettere i puntini sulle I andando a vedere che cosa raccomandano l’Organizzazione mondiale della sanità (e cioè l’agenzia ONU che si occupa della salute globale) e la Federazione Italiana Medici Pediatri.

Lo abbiamo fatto facendo un passo indietro: partendo dall’allattamento, abbiamo raccolto, tradotto e sintetizzato per voi atti ufficiali, pubblicazioni e dichiarazioni reperiti sui siti di OMS e Fimp.

Raccomandazioni OMS sull’alimentazione dei neonati

Come stabilito dalla Global strategy on infant and young child feeding (2002), «L’allattamento al seno è un modo ineguagliabile di provvedere cibo ideale per la crescita sana e lo sviluppo dei neonati; costituisce anche parte integrale del processo riproduttivo con importanti implicazioni per la salute delle madri. Come raccomandazione per la salute pubblica globale, i neonati andrebbero allattati al seno in forma esclusiva per i primi 6 mesi di vita al fine di garantire loro una crescita ottimale, sviluppo e salute».

«Dai sei mesi in poi – aggiunge l’OMS – per assecondare le loro richieste nutrizionali in via di sviluppo, i neonati dovrebbero ricevere cibi adeguati dal punto di vista nutrizionale e complementari all’allattamento, fino ai due anni di età e oltre».

latte materno

Quando si inizia lo svezzamento complementare, sempre l’OMS consiglia cibi che abbiano quattro caratteristiche:

  1. Cibi ricchi di energia
  2. Cibi puliti e sicuri
  3. Cibi che siano facili da preparare nel contesto dell’alimentazione della famiglia
  4. Cibi reperibili localmente e a costi ragionevoli

I bambini tra 6 e 7 mesi di età dovrebbero ricevere cibi complementari (vale a dire in aggiunta alle normali poppate) 3 volte al giorno; 5 volte entro i 12 mesi di età.

Interessante anche la distinzione tra i cibi preparati ad hoc per il bambino e quelli familiari modificati per poter includere anche lui nel pasto collettivo.

Un esempio di cibi modificati?

Schiacciare o passare i cibi modifica la consistenza del pasto familiare e lo rende più facile da mangiare per il bambino. I pasti di famiglia possono anche essere modificati aggiungendo qualcosa: per esempio, un pezzo di mango per un apporto extra di vitamina A, fegato per il ferro, olio o margarina per un surplus di energia

(Se vuoi approfondire, vedi la pubblicazione Complementary Feeding. Family foods for brestfed children)

Ma una volta stabilito che l’età ottimale per iniziare a esporre il bambino ai cibi complementari è a partire dai 6 mesi, e che è consigliabile che l’allattamento prosegua fino ai due anni di età, quale è – se c’è – la differenza tra svezzamento e autosvezzamento?

Quale metodo porta maggiori vantaggi?

Svezzamento e autosvezzamento: che cosa dicono i pediatri italiani

Il X congresso nazionale della Fimp (2016) si è occupato nel dettaglio della questione, con un approfondimento a cura del dott. Lucio Piermarini, intitolato: “Svezzamento libero, svezzamento felice?”.

Nell’introduzione, citando studi precedenti, si mette a fuoco un concetto molto importante, ma spesso trascurato:

Nell’alimentazione il punto focale non dovrebbe essere introdurre cibo nel bambino ma, piuttosto, curare la relazione e aiutare il bambino ad apprendere le abilità connesse alla nutrizione

L’approfondimento prosegue poi sfatando alcuni miti, privi di basi scientifiche eppure ben radicati negli usi comuni delle famiglie italiane.

Qualche esempio che ci ha colpito particolarmente:

  • non esistono evidenze scientifiche a supporto della pratica di iniziare lo svezzamento con brodo vegetale di patata o carota,
  • non esistono evidenze scientifiche della necessità di allenare preliminarmente il neonato al cucchiaino con la frutta
  • non esistono evidenze scientifiche per cui sia consigliabile iniziare l’introduzione di cibi solidi in sostituzione della poppata delle 12

vantaggi alimentazione complementare a richiesta

Inoltre:

non ci sono dimostrazioni scientifiche secondo le quali sia necessario escludere del tutto il sale, né dover preparare alimenti speciali o diversi solo per il bambino, né dover rispettare quantità di cibo e tempistiche standard per lo svezzamento.

Ma perché i bambini prediligono un cibo all’altro?

Probabilmente il fattore più importante che determina il gusto di un bambino per un particolare cibo è quanto gli sia familiare. In parole povere i bambini apprezzano ciò che conoscono e mangiano ciò che apprezzano (fonte: “The importance of exposure for healthy eating in childhood: a review“, 2007)

Nella sua relazione, che cita una corposa letteratura, il dott. Piermarini ha anche evidenziato le criticità dello svezzamento tradizionale, tra cui:

  • Possibilità significativa di rifiuto, con pressioni, conflitti e dieta selettiva
  • Dis-regolazione dell’appetito ed emergenza dello stereotipo del bambino cronicamente “inappetente”
  • Molta attenzione alla dieta del bambino, scarsa o nessuna a quella della famiglia
  • Costo elevato

Mentre l’introduzione di cibi complementari a richiesta del bambino, e nel contesto dei pasti della famiglia, viene indicata come fonte di valore aggiunto per svariati motivi. Per esempio perché:

  • diminuisce lo stress del cambiamento (nel passaggio tra allattamento e cibi solidi, si aggiunge, non si toglie)
  • diminuisce l’uso del cibo come strumento relazionale negativo
  • diminuisce lo stereotipo del bambino inappetente
  • aumenta la fiducia dei genitori in se stessi e nelle proprie competenze
  • aumenta il rispetto delle specificità del bambino e la qualità della relazione
  • migliora la dieta di tutta la famiglia

Insomma, in conclusione, quello che emerge è questa raccomandazione:

(…) che sia il bambino stesso protagonista di questa fase del proprio sviluppo. Che sia lui a chiedere di provare cibi diversi, quali essi siano (fonte: Lucio Piermarini, 1993)

(Se vuoi approfondire, puoi consultare tutta la presentazione del dott. Piermarini) 

(Qui invece se volete sorridere con delle vere esperienze di svezzamento, perché ogni bambino è un mondo a sé)