Mamma Pinguino è diventata una mamma

L’uovo di Mamma Pinguino alla fine si è schiuso… Mamma Pinguino si è trasformata in un dodo, e ha iniziato a farsela sotto. Panico da neonato e tensione continua. Ma si sa: non può piovere per sempre…

  • …e fu così che un lunedì di fine novembre l’uovo di Mamma Pinguino si schiuse. Ne uscì una piccola otaria affamata, pronta in ogni momento a spalancare la bocca in cerca di cibo (e a chiudere contemporaneamente un occhio, sempre il sinistro… Le avremo forse fatto la pelle del viso troppo corta? Chissà…). Dopo cinque giorni di degenza in un posto lontano lontano, Mamma Pinguino, il Chioccio e la piccola otaria tornarono nella loro casetta colorata e calda. E vissero per sempre felici e contenti…

ALT!

Aspetta, aspetta.

Rewind, direbbe Vasco Rossi.

Felici e contenti, a chi???

Certo: se la vita fosse una favola, allora l’happy ending sarebbe la logica e scontata conclusione della mia gravidanza.

fairytales
…e se la vita fosse una favola, QUESTA sarebbe casa nostra…

Del resto, il parto è andato bene, la piccola otaria è in salute, io e il Chioccio ci amiamo, che vuoi di più?

Ma l’essere umano, si sa, è un animale complesso.

Fossi una gatta, avrei sfornato sei-sette figli, mangiato placenta e cordone e vissuto la mia maternità multipla con grande nonchalance.

Ma gatta non sono…

E quando da Mamma Pinguino mi sono trasformata in mamma tout cour, felice e contenta non lo sono stata.

Non proprio.

Non subito.

Eppure, tutto è andato per il meglio.

La pancia, tanto avversata nei nove mesi di gravidanza, è sparita in pochi giorni.

I chili presi – 12 alla fine, malgrado i controlli peso in stile Full Metal Jacket con il mio ginecologo sergente Hartman (ricordate il suo mantra «Quelle brave ne prendono 9»?) – li ho smaltiti senza nemmeno accorgermene. Dieci giorni dopo il parto sono rientrata nei miei jeans pre premaman.

Insomma: a vedermi da fuori, sono tornata rapidamente me stessa.

Io.

Virginia.

La Virginia di prima.

Ma mai come in questo caso l’apparenza inganna…

Chi vogliamo prendere in giro?

Non sono quella che ero, e mai più lo sarò.

Perché l’uovo si schiude e tu, all’improvviso, devi dire addio a qualcosa che conosci (te stessa com’eri, la tua vita di prima) e fare spazio a una nuova identità, che da quel momento ti starà appiccicata per sempre addosso e ti definirà, agli occhi tuoi e degli altri.

Ormai sei una madre, non sei più una figlia.

Accettarlo non è facile, o quantomeno non è stato facile per me.

Io non sono diventata una mamma al primo sguardo come succede ad alcune (ma sinceramente a poche, credo).

Il mio primo pensiero quando la piccola otaria è venuta fuori dalla mia pancia è stato: «Oddio, ha i capelli neri».

Il secondo: «Il suo orecchio ha una forma bizzarra, smangiucchiata… Mamma mia, che brutto orecchio».

Insomma: mia figlia nasceva e io avevo la testa piena di dettagli insignificanti.

Però, mentre il cervello andava da una parte, affastellando frammenti di nulla, il cuore ha deciso, senza che io nemmeno me ne accorgessi, di prendere un’altra strada.

Lì, proprio sotto il mio naso, senza che lo capissi bene, e senza che la testa elaborasse nulla (era troppo presa dall’orecchio smangiucchiato, la testa), il cuore è partito per la tangente.

In sala parto, quando mi hanno appoggiato la piccola otaria sul petto, ho iniziato a piangere. «Ma perché sto piangendo?», si chiedeva il cervello.

«Lo sai il perché. E se ancora non lo sai, beh… Lo scoprirai presto», è stata la risposta del cuore.

Anche nelle ore e nei giorni successivi alla nascita di mia figlia il cervello ha scelto di continuare a focalizzarsi sui dettagli meno romantici, sulle quisquilie.

«Che pelle rossiccia ha questa bambina…».

«Che unghie affilate…».

«Ma come, ha pure i peli sulla schiena? Ah, dite che quelli cadono?».

E mentre il cervello continuava a spaccare il capello in quattro, il cuore nel frattempo impazziva un’altra volta: non di gioia, ma di panico.

Il panico da neonato.

piedini bambino
I neonati sono progettati per sopravvivere, dicono. Ma io la mia ho paura di romperla sfiorandola…

Il panico da neonato è quella vocina insidiosa che in loop ti risuona nell’orecchio, ripetendo ossessiva sempre la stessa domanda: «E ora? Oddio, ora che faccio?».

Siamo tutti homo sapiens sapiens, letteralmente gli uomini che sanno di sapere.

Ma quando ti nasce il primo figlio, di botto diventi acutamente  consapevole di non sapere proprio un bel niente.

Non sai che cosa fare, quando farlo, come farlo, se farlo.

Altro che felice e contenta: quando siamo tornati a casa, la tensione mi si è annodata nelle spalle per giornate intere.

Giornate lunghissime e brevissime al tempo stesso.

Giornate senza orari, scandite da gesti che la prima volta li fai con le mani che tremano, e la seconda pure.

Il cambio del pannolino.

L’ombelico da medicare («Amore, fallo tu, ti prego, che impressione»).

L’allattamento.

E poi il seno a fontanella, coppette assorbilatte e asciugamani ovunque.

La ressa di parenti e amici che preme per venire a conoscere la nuova arrivata.

I messaggi, i whatsapp, le telefonate a cui rispondi con giorni di ritardo perché non c’è tempo, non c’è tempo, non c’è tempo…

Ho passato le prime settimane da mamma sentendomi come uno dei dodo ottusi dell’Era Glaciale, quelli di «Proteggiamo l’anguria».

(I cultori del genere sanno a cosa mi riferisco, tutti gli altri possono capirlo guardando questo video).

In testa avevo un pensiero unico:

Lei è la mia anguria da proteggere. Non sarà ancora amore, ma sento che devo fare di tutto per tenerla al sicuro. La guardo mentre dorme: e in quei momenti non vedo un’otaria famelica, ma un gattino di vetro. Fragile, fragilissimo. Non sarà ancora amore, ma mi rendo conto che io sono il suo nutrimento. Mio malgrado, sono la sua vita. È circondata da amici e parenti, ma in un certo senso lei ha solo me. Devo fare del mio meglio. «Proteggiamo l’anguria, proteggiamo l’anguria, proteggiamo l’anguria».

Dopo avere partorito, sono stata all’erta per due settimane: non volevo che nessuno toccasse mia figlia (Chioccio a parte), mi innervosivano le voci di chi veniva a trovarci e interferiva con i momenti “nostri” dell’allattamento.

«Proteggiamo l’anguria, proteggiamo l’anguria, proteggiamo l’anguria».

Insomma: ho fatto un apprendistato in piena regola da mamma ansiosa, come mai avrei immaginato di essere.

E poi, un giorno…

Un giorno è successo quello che succede sempre, a tutti:

il panico da neonato ha iniziato ad affievolirsi

Oh, intendiamoci: non che sia sparito.

Ma un po’ alla volta i nodi nelle spalle si stanno sciogliendo.

«Proteggere l’anguria» non è più un mantra ossessivo che mi attanaglia il cuore e mi carica come una molla, pronta a scattare per difendere la piccola otaria da tutto e da tutti.

Il mio gattino di vetro sta crescendo, e si rafforza giorno dopo giorno: aumenta di peso e lunghezza, mangia bene.

Le faccio il bagnetto, la cambio, la consolo. E le mie mani ora non tremano più.

Non sono più la guardiana dell’anguria in iper ventilazione costante.

Non sono più un dodo.

E, come dicevo all’inizio, non sono più nemmeno quella che ero fino a quel lunedì di fine novembre.

Ma allora, oggi che cosa sono?

«Ma su, cervello… Ancora non ci sei arrivato? Sei piuttosto tardo, per essere l’organo dell’intelligenza umana… Dai, cervello: te lo spiego io, che sono il cuore e che con le mie ragioni imperscrutabili spesso le cose le capisco ben prima di te… 

Cervello, mio caro…

…Virginia
è
diventata
una
mamma». 

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