Dance dance dance: anzi, baby dance. Ecco perché amiamo odiarla.

C’è chi ha il figlio rock. Chi quello dance. Chi quello che ama la musica classica. Ma se dico “Whiskey il ragnetto” so che siamo tutte sulla stessa barca.

In principio era Brahms. O Mozart.

Dolci, romantiche ninne nanne.

Alla mia piccolissima bastavano e io le adoravo.

La cullavo lentamente… Bei momenti!

Certo, mi sentivo un po’ fuori dal coro.

Da quando è nata non faccio altro che sentire le altre mamme bearsi dei gusti musicali dei loro pargoli. Chi mi racconta che “mio figlio non si addormenta – te lo giuro! – se non sente i Pink Floyd”.

Qualcuna mi ha confidato che – per carità! – ormai a casa loro solo progressive rock per calmare la creatura.

Non si contano neanche le madri di estimatori dei Metallica, Led Zeppelin o dei Queen.

L’eterna sfida della ninna nanna. Brahms o i Queen?

Ma a certe cose non si sfugge… E ve lo dimostro.

A quelle mamme voglio dire una sola cosa.

Una sola frase.

“Whiskey il ragnetto sale la montagna, la pioggia lo bagna…”

Se vi è venuta una crisi tipo quella di Roger Rabbit con “Ammazza la vecchia” sentendo l’impellente bisogno di continuare a cantare, tranquille.

È tutto normale.

Siete solo vittime più o meno consapevoli delle amatissime e insieme odiatissime canzoni per bambini.

Adorabili filastrocche che al primo ascolto sembrano deliziose (ad esempio: questa non è carinissima?), ma poi ti entrano in testa per non andarsene mai più.

E tu ti ritrovi ovunque – in macchina, al supermercato, durante le riunioni in ufficio – con il cervello in pappa che ripete meccanicamente: “Questa è la danza del serpente che vien giù dal monte…”.

Mio marito racconta che in piscina, negli spogliatoi, sente gli altri padri (che mi descrive come uomini alti, grossi e tatuati) che sotto la doccia cantano la sigla di Peppa Pig o “Il coccodrillo come fa”.

Per dire quanto siamo, tutti noi genitori, soggiogati da queste musichette.

E non ho ancora nominato “La famiglia delle dita”.

Alzi la mano chi non la detesta con tutta l’anima!

Ma c’è poco da fare, quando hai bisogno di calmare la piccola teppista che hai partorito con dolore la dolcissima bimba luce dei tuoi occhi, niente è come un giro su youtube.

Sì, lo abbiamo giurato tutte: “Mai metterò in mano a mio figlio uno smartphone” (…quanti “mai” abbiamo detto di cui ci siamo pentite?)…
Io – lo ammetto – ero una mamma irreprensibile su questo punto, finché un pomeriggio a casa di un’amica mi cambiò la vita.

A causa di precedenti disavventure, sapevo di poter contare sui consigli di chi era mamma da più tempo.

Avere una figlia di sei mesi più grande della mia conferisce alla mia amica uno status di saggezza, rispettabilità e autorevolezza che ai miei occhi neanche il Dalai Lama emana tanta luce.

Ti seguirò in capo al mondo, mia guru!

La bimba piange, ordunque qual è il tuo consiglio o Saggia ed Esperta Madre?

E in quel terribile pomeriggio il responso del mio personalissimo oracolo fu:

Non sai che fare quando si lamenta? Perché non le fai ascoltare una bella canzoncina?

Ora.

Sicuramente al tempo la mia amica aveva usato un tono tranquillo e pacato, ma adesso, inevitabilmente, quando ripenso a quegli attimi, me la immagino con tono di voce malefico-suadente mentre si sfrega le mani, felice di trascinarmi con lei in un tunnel dal quale non sarei più uscita.

Whiskey il ragnetto, la settimana del pulcino, la danza del serpente: era solo l’inizio.

Più mi addentravo sui canali youtube dedicati ai piccoli, più faticavo ad uscirne.

La bambina era ipnotizzata.

Scopo raggiunto.

E poi…

Iniziava a piacermi.

Canzone dopo canzone, video dopo video, ritrovavo gioie della mia infanzia come i classici intramontabili dello Zecchino d’oro, le sigle dei miei cartoni animati o le favolose colonne sonore Disney.

Occhi a cuore e commozione nel risvegliare ricordi tanto dolci e così a lungo sopiti.

Finché…

Finché ben presto compresi che a mia figlia del revival nostalgico anni ’90 non fregava un bel niente.

Tutto quello che lei voleva era della sana, spensierata, ossessiva baby dance.

E via di “Un cocomero tondo tondo”, “Veo veo” e l’odioso “Pulcino Pio”, quello che ti fa barbaramente esultare quando alla fine muore malissimo.

Per non parlare dei ritmi nati per essere ballati nelle discoteche alla moda, ma che si tramutano irrimediabilmente nella sigla d’apertura di tutti i mini club dei villaggi vacanza, dalla riviera romagnola a San Vito Lo Capo.

Come “Ai se eu te pego” o “Chu Chu Ua”.

Insomma: da noi, altro che Pink Floyd.

Ci siamo appena trasferiti e l’imbarazzo con i nostri vicini è tanto.

Appena la bambina è fuori mi precipito a mettere musica impegnata.

De Andrè, Guccini, De Gregori, Battiato.

Per fargli capire che io sono innocente.

Che io quella roba là la disprezzo, la aborro…

…Ma poi, mentre faccio le faccende di casa, dimenando i fianchi, dentro di me canto:
“Nossa, Nossa… Com’era che faceva?… Ai, se eu te prego… Ai, ai, se eu te pego…!”

 

Nel segreto delle mie stanze, anche io mi lascio andare alla baby dance