Pensavo che la gravidanza fosse difficile. Poi è iniziato l’allattamento…

Allattare al seno sarà anche la cosa più naturale del mondo: ma tante cose, se non te le spiegano, non le sai. E allora puoi anche non farcela. Io ho imparato sulla mia pelle un segreto fondamentale. Grazie (in parte) anche ad Antonello Venditti…

allattare al seno

Prima ci sono i nove mesi di gravidanza.

Nausee, piedi gonfi, pipì ogni cinque minuti, insonnia gravidica o sonnolenza che nemmeno se ti avesse punto la mosca tzé tzé.

Chili su chili su chili…

Ritenzione idrica e ormoni impazziti.

Ma poi la gravidanza finisce: arriva il giorno del parto.

E lì, mentre ringhi come un cane della prateria, tentando di mordere la mano dell’ostetrica, e ululi improperi irripetibili contro tuo marito, IL colpevole, quasi quasi la rimpiangi, la gravidanza.

Sì, certo: il pancione ti sarà pure stato scomodo, ma i dolori lancinanti, no, quelli non c’erano.

Poi, in un modo o nell’altro, il tuo fagotto viene alla luce, il dolore finisce.

E lì, mentre te lo appoggiano ancora appiccicoso e bianchiccio sul petto, e lui gracchia come una baby cornacchia arrabbiata, pensi: «Finalmente ce l’ho fatta, finalmente è tutto finito».

Tutto finito??

Cara, dolce, ingenua neomamma…

Tieniti forte…

Ora inizia l’allattamento.

Io allatto da quasi tre mesi.

Allattamento esclusivo al seno, a richiesta.

E ormai sono praticamente sicura che Antonello Venditti pensava proprio all’allattamento quando ha scritto che:

Quando pensi che sia finita, è proprio allora che incomincia la salita…

L’allattamento inizia con la montata lattea.

In poche parole, nel corso di una notte, a circa 2-3 giorni dal parto ti addormenti con le tue tette e ti risvegli con quelle di una porno diva di quarta categoria: una di quelle che non hanno abbastanza soldi per rifarsi bene il seno e al chirurgo chiedono “una romanella”.

I tuoi seni si gonfiano come palloncini asimmetrici, con bozzi strani da una parte o dall’altra.

Li tocchi e sono di marmo; e se sei particolarmente fortunata – come la sottoscritta – ti becchi pure gli ingorghi. Il latte si accumula creando sassolini dolorosi che elimini solo con pezze calde, massaggi e tanta, tanta pazienza e spirito di sopportazione.

Io non brillo né per l’una (la pazienza), né per l’altro (lo spirito di sopportazione). Già la ceretta alle sopracciglia mi atterrisce. E lì per lì mi sono spaventata talmente da invocare supplicante la pasticca che manda via il latte

È orribile, sto malissimo, datemi quella pasticcaaaaaaaaa…

Ma le ostetriche della clinica, che al terrore da montata lattea prorompente hanno fatto il callo, mi hanno invece portato un tiralatte. E da allora ho capito che:

Il tiralatte è buono. Il tiralatte è bello. Il tiralatte è tuo amico.

Di tutti i regali ricevuti per la nascita di Piccola Otaria, il tiralatte elettrico che mi ha portato mio suocero è  stato quello più azzeccato. Certo: mai ho provato maggiore empatia nei confronti delle mucche degli allevamenti intensivi, quelle attaccate alle pompette che le mungono, come quando ho iniziato a usare il tiralatte. Ma almeno ho scongiurato il rischio mastite, un’altra di quelle cose brutte-brutte e dolorose che possono accadere durante l’allattamento.

Il che mi porta dritta al mio punto:

allattare al seno sarà anche la cosa più naturale del mondo: ma tante cose, se non te le spiegano, non le sai. E se intorno non hai le persone giuste, che ti sostengono, allora puoi anche non farcela.

Io per esempio ho avuto problemi a far attaccare Piccola Otaria.

O meglio: si attaccava al seno, tre ciucciate, e poi basta. O piombava in catalessi, o si staccava e ricominciava a cercare il capezzolo, che pure aveva proprio davanti al suo naso (mia figlia è chiaramente una bambina di grande acume…)

Insomma: uno stress. Per lei e per me.

Il fatto poi di avere quasi sempre un nugolo di parenti intorno, con gli occhi puntati sul mio seno e che chiedevano a ripetizione: «Si è attaccata? Si è attaccata? Si è attaccata?»  (o anche – peggio ancora: «Perché non si attacca?»), beh, di certo non ha reso le cose più semplici.

Quello che mi ha davvero aiutata è stato andare agli incontri post parto del mio consultorio. La prima volta che ci sono stata, Piccola Otaria aveva meno di tre settimane. Gli altri neonati erano tutti più grandi, intorno ai due mesi. E tutti ciucciavano tranquilli e beati dai seni delle loro mamme.

Di primo acchito, mi sono demoralizzata.

Sono proprio l’unica impedita che non riesce a far attaccare la figlia? L’unica pecora nera in mezzo a tutte queste madonne con bambino??

Ma poi le altre neomamme mi hanno raccontato che

anche loro – nessuna esclusa – avevano avuto difficoltà iniziali a far partire l’allattamento.

E lì ho capito una cosa fondamentale, una di quelle lezioni che quando diventi mamma prima le impari e meglio è:

quelle che vivi con un neonato sono tutte fasi. E, per quanto difficili, passano.

È stata un’illuminazione, un’epifania (senza il tè con le maddalene di Proust, ma nondimeno un’epifania in piena regola).

Di lì a poco i fatti mi hanno dato ragione. All’improvviso, da un giorno all’altro, Piccola Otaria ha iniziato ad attaccarsi al seno senza problemi.

Lo stress è passato. E io mi sono ricordata il resto della canzone di Venditti, ora quanto mai azzeccata:

…e quando pensi che sia finita, è proprio allora che incomincia la salita. Che fantastica storia è la vita…

allattare al seno