Quando tuo figlio si ammala per la prima volta

Può essere anche solo un raffreddore, o magari poco di più: ma la prima malattia di un bambino è sempre una grande prova per i genitori

bambino raffreddore

…e poi arriva quel giorno:

il giorno in cui tua figlia si ammala per la prima volta nella sua vita.

Tu, mamma da poco, inesperta, hai l’occhio ancora poco allenato a cogliere i segnali della malattia. Ma ti accorgi lo stesso che qualcosa non va.

Quel giorno non riesci a far attaccare la tua bambina al seno.

La vedi insolitamente buona. Molto buona. Troppo buona.

E, all’improvviso, realizzi che la parola giusta non è “buona”:

il suo piccolo corpo, per la prima volta, è impegnato con tutte le sue forze a combattere una malattia.

La osservi con maggiore attenzione ed è allora che lo noti. Alla base del suo piccolo collo si forma ad ogni respiro una rientranza, un buchetto, che ieri non c’era e che si fa più profondo ogni volta che inspira…

L’ansia comincia a salire.

Provi a telefonare alla pediatra, ma è sera tardi, e lei non risponde. Le mandi un sms, «Scusi l’ora, so che è tardi, ma mia figlia non respira bene, avrei bisogno di parlare con lei». Richiami, una, due volte, ma nulla.

E intanto guardi la tua bambina così tranquilla, troppo tranquilla.

Provi di nuovo a darle il seno, «Mangia, amore, dài, solo un po’».

Ma il seno, che finora è stato magico, capace di consolarla da tutte le piccole frustrazioni della sua vita di neonato, stavolta non funziona.

E così un pensiero ti colpisce come una sassata:

Non potrai proteggere tuo figlio da tutto. Non potrai essere sempre tu la sua salvezza. Ci saranno volte in cui il tuo aiuto, i tuoi mezzi non saranno sufficienti.

La vita è piena di pericoli e non è che tu non lo sapessi prima di oggi, prima di stasera, prima di questo specifico momento.

Ma un conto è saperlo razionalmente. Un altro è comprenderlo profondamente e al contempo accettare che tu – mamma – potrai fare fino a un certo punto per tuo figlio.

In altre parole

nella sua vita non potrai evitargli di soffrire. Tutti soffriamo.

L’affanno nel suo respiro si fa più pensante. E la pediatra continua a non rispondere…

«Basta, andiamo al pronto soccorso».

Quando arrivi è quasi mezzanotte. Una decina di bambini, ciascuno con la sua sofferenza – chi più grande, chi più piccola – sono in attesa di essere visitati.

Sembrano tante scimmiette abbarbicate alle loro mamme e papà.

All’accettazione ti danno il tuo numero («Neonato con difficoltà  respiratoria? State nei paraggi, che vi chiamiamo presto»), comincia l’attesa.

Tua figlia continua a respirare a fatica, e non piange nemmeno. Dal sacco nanna che la avvolge escono solo i suoi occhi di uccellino fragilissimo. E tu continui a pensare che

i bambini non dovrebbero mai essere malati.

Che pensiero banale…

Ma in quella sala d’attesa di pronto soccorso pediatrico, è questa l’unica cosa che ti gira in testa.

Questa, e «Ma quando ci chiamano? Quando arriva il nostro turno?».

…ed ecco che il turno finalmente arriva.

Le parole della pediatra che ausculta il piccolo petto di tua figlia ti fanno gelare il sangue: «Avete fatto bene a venire, ora a casa fate questo e quest’altro. Ma se nelle prossime 48 ore non migliora, e se continua a non mangiare, riportatela di corsa, che la ricoveriamo».

Ringrazi tutti, la pediatra, l’infermiere, e porti via la tua bambina.

A casa inizi a curarla come ti hanno detto, segui scrupolosamente le indicazioni e cerchi di non piangerle addosso mentre lo fai.

Il primo giorno di angoscia passa così: tu e lei chiuse in una stanza, lei debolissima e tu che la curi e tenti di tenerla idratata, di allattarla.

Anche solo cinque minuti, anche solo tre minuti, anche solo un minuto…

«Mangia, amore, dài, solo un po’».

Le ore scorrono, ma l’affanno nel suo respiro non diminuisce. Tu continui a chiederti se hai sbagliato qualcosa, «Si è ammalata perché non l’ho protetta abbastanza? L’ho coperta troppo poco? È colpa mia?»

La notte è un nodo di angoscia, il suo sonno è agitato, il tuo inesistente.

Ma in un modo o nell’altro, arriva il giorno dopo.

La tua bambina si sveglia. Ed è sempre un uccellino fragilissimo.

Ma poi ti fa un sorriso. E oggi si attacca al seno.

Mangia. Poco, ma mangia.

L’odioso buchetto che segna la sua gola a ogni respiro c’è ancora: però stamattina appare – seppure appena appena – meno evidente.

Il tuo occhio, che fino all’altroieri non era allenato a cogliere i segnali della malattia, oggi vede tutto, è diventato capace di captare ogni minimo cambiamento. E così lo capisci:

tua figlia sta guarendo dalla sua prima malattia.

Sono state 48 ore di passione, ma stanno passando. Domani andrà ancora meglio, lei starà ancora meglio. E tu sarai una mamma migliore, perché hai imparato una lezione fondamentale del tuo apprendistato di mamma.

Certo, sì, è vero che

non potrai proteggere tuo figlio da tutto. Non potrai essere sempre tu la sua salvezza. Ci saranno volte in cui il tuo aiuto, i tuoi mezzi non saranno sufficienti.

Ormai lo sai. Ma hai anche capito che non smetterai mai di voler proteggere tuo figlio da tutto. Non smetterai mai di cercare di essere la sua salvezza.

In altre parole,

non smetterai mai di sperare che il tuo amore basti…