Una mamma in carriera – Storie di ordinaria discriminazione

Trovare lavoro dopo la maternità? Un’impresa (quasi) impossibile. Tra discriminazioni, giudizi e consigli non richiesti, ecco la situazione di una donna nel 2017

DIRIGENTE DI UNA GRANDISSIMA AZIENDA ITALIANA: Buongiorno. So che hai passato il primo colloquio con le risorse umane. Quanti anni hai?

IO: 32

D: Sei sposata?

IO: (cominciamo male) Sì.

D: Hai figli?

IO: (ahi) Sì. Una bambina.

D: (con tono ironico e cattivo) E tu vorresti lavorare?

IO: (sono qui a fare un colloquio, brutto idiota, secondo te perché?) Sì.

D: Io sono cresciuto con una mamma che stava a casa.

IO: (tono gentile, ma dentro sto ribollendo) La mia invece lavorava, e ne sono sempre stata orgogliosa. Non ne ho sofferto.

D: Dovresti stare a casa con tua figlia.

IO: Ma io ho studiato tanto per poter fare questo lavoro, ho fatto dei sacrifici. Sono preparata, con una gavetta alle spalle… Se prendiamo il mio curriculum, potrà vedere che…

D: E chi sta con la tua bambina mentre tu lavori?

IO: (ma che ti frega?? Di sicuro non la lascio su un marciapiede) I miei nonni.

D: Quanti anni hanno?

IO: (davvero stiamo parlando di questo?) Sono anziani ma se ne prendono meravigliosamente cura.

D: Tuo marito a che ora torna dal lavoro?

IO: Alle 18.

D: (scuote la testa) Non va bene

IO: (????)

D: Dove abiti? Quanto ci metti ad arrivare a casa?

IO: Con il traffico un’oretta, senza anche 40 minuti. Ma io sono abituata a venire a Roma a lavorare, da quando ho 19 anni e ho iniziato l’università, infatti…

D: Qui si lavora anche su turni.

IO: Sì, me l’hanno anticipato al primo colloquio.

D: Se finisci alle 20 e arrivi a casa alle 21, la tua bambina sarà già a letto e tu non la vedrai.

IO: Ma l’avrò vista la mattina! E poi il tempo di qualità…

D: (aggressivo e alzando la voce) Ho capito che a te non frega niente di tua figlia. Ma lei soffrirà se tu lavorerai.

Non so chi o cosa mi abbia trattenuto, ma qui stavo per urlare:

«Ma come ti permetti di fare un colloquio così? E come puoi permetterti, imbecille, di dirmi che non mi importa niente di mia figlia??».

Invece sono stata in silenzio. Avevo le lacrime che mi pungevano gli occhi per il nervoso.

Ma mi avevano detto che il tipo amava le persone gentili e sorridenti e così, in un ultimo disperato tentativo, ho scelto il silenzio invece di cavargli gli occhi.

Inutilmente.

D: (scocciato) Grazie e arrivederci. Fai entrare la ragazza dopo di te.

Questa è la cronaca fedele di uno dei tanti colloqui di lavoro che ho sostenuto da quando sono diventata mamma.

La mia personale, ma purtroppo tutt’altro che unica, storia di madre lavoratrice (o aspirante lavoratrice…) è costellata di episodi simili. E di altri forse ancora peggiori.

Un esempio?

Quando la mia bimba è nata era estate e io lavoravo in una scuola privata senza contratto.

Mi hanno detto che o riprendevo con l’inizio delle lezioni, oppure avrebbero dato il mio posto a un’altra persona.

Ricominciai a settembre, la mia piccola non aveva compiuto nemmeno i due mesi.

Tiravo il latte, la lasciavo ai nonni, piangevo in macchina.

Ero appena uscita da un baby blues che mi aveva devastato.

Ma strinsi i denti e feci il sacrificio.

Quell’esperienza terminò poco dopo senza un ringraziamento o un saluto. Sostituita da qualcuno che faceva più comodo.

Trovare lavoro era stato difficile anche prima della gravidanza, in seguito è diventato quasi impossibile.

Tutti si sentono in dovere di commentare, di mettere la mia vita privata sul piatto della bilancia.

Un ragazzetto di poco più di vent’anni, senza titolo di studio, senza conoscenze (tranne quelle che l’avevano piazzato lì) mi consigliò, dopo il colloquio, di trovarmi un lavoretto di poche ore vicino casa.

Come se per me lavorare fosse un hobby, un capriccio.

Come se io potessi pagare mutuo, nido e tutto il resto impegnando un paio d’ore al giorno.

Una volta, in tempi non sospetti, mi capitò di assistere a una riunione. Il capo propose di non richiamare per un po’ uno dei fornitori, perché la signora aveva avuto un figlio.

Le diamo meno cose da fare, così passa più tempo con il bambino.

Lo faceva passare come il gesto di un benefattore, mentre quella poveraccia si disperò perché vide i suoi introiti tagliati a metà.

Un altro “benefattore”, invece, non mi rinnovò il contratto dopo la prova: «Ti stancheresti troppo a gestire figlia e lavoro».

Non mi ero mai assentata, né avevo fatto ritardi. E lui non sapeva nemmeno come si chiamasse la mia bambina, perché in ufficio non ne parlavo mai.

Ma era qualcosa che esisteva, che stava lì appeso, e quel datore di lavoro – come altri, troppi – non lo tollerava.

Lo innervosiva.

Ma nemmeno questo è stato il peggio.

Il peggio è stato quando a scartarmi sono state altre donne.

Perché se tra mamme forse riusciamo a creare una rete di solidarietà e amicizia (e neanche sempre), quando siamo donne in carriera non guardiamo in faccia nessuno.

E così mi è stato detto, papale papale:

Famiglia e lavoro sono inconciliabili. Se volevi lavorare non dovevi procreare. Guarda me. Guarda dove sono arrivata. È stata una scelta di vita. Io figli non ne ho voluti e non ho rimpianti. E poi questo lavoro è faticoso, a volte la notte si dormono solo 5 ore. Non ce la faresti.

E lì, però, non ho potuto resistere: da mamma, mi sono fatta una sonora risata.

Perché tu neanche te la immagini, tesoro, la vera fatica delle notti in bianco. Quella della febbre, dei pianti, dei denti che spuntano. Sono allenata. Ho resistenza. Probabilmente più delle candidate ventenni e single che hai detto di voler visionare.

Donne che odiano le donne.

Altro che femminismo.

Altro che pari opportunità.

Quelle poi, lasciamole proprio perdere…

Siamo nel 2017 e io, laureata, specializzata, con un master e discrete competenze nel mio campo, vengo considerata solo per quello che accade tra le mie mura domestiche.

Vengo giudicata.

Etichettata.

Catalogata.

E scartata.

Quando mio marito è diventato padre, i colleghi in ufficio gli hanno fatto una festa.

Hanno stappato bottiglie, dato pacche sulle spalle.

Quando io sono rientrata, ho subìto questa sequela di domande e commenti non richiesti:

«Chi te la tiene?». «Ma allatti? Dovresti passare all’artificiale». «Certo che ora è un bel problema». «Non puoi fare tutto».

Altro che feste, altro che brindisi.

Pareva un funerale.

Insomma: come ci vuole il mondo del lavoro? Ci vuole così come si vede alla fine di questo provocatorio e amaro video.

Ma io non mi arrendo.

E lo devo proprio a lei, alla causa di tutti i miei guai:

mia figlia.

costume principessa

Ho l’enorme responsabilità di essere il suo esempio, il primo modello di donna che conoscerà.

Casalinghe o lavoratrici, ogni scelta va rispettata. A patto che sia una scelta nostra.

Non possiamo arrenderci a una società che ci discrimina.

Lo dobbiamo a chi verrà dopo di noi.

E anche a chi ci ha precedute, pagando in prima persona un prezzo a volte salatissimo.

Dunque, care mamme, lavoratrici o disoccupate, di ieri, oggi, domani:

resistiamo, resistiamo, resistiamo…

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