Perché “non” voglio essere una (madre) lavoratrice

Voglio che i miei figli crescano sapendo che la mamma non è “solo” la mamma. Tornare a casa da loro serena e senza frustrazioni. La mia liberazione passa dal lavoro, e credo fermamente nell’esistenza del quality time. Ma se fossi nata maschio questo post non esisterebbe

Cominciamo dal principio.

Sono nata femmina. Ho 31 anni. Ho seguito con passione gli studi che mi avrebbero permesso la carriera che sognavo. Mi sono laureata con ottimi risultati. Mi sono sposata. Ho due figli.

Sono una donna.

Sono una moglie.

Sono una mamma.

Sono una lavoratrice.

Per quanto io ami essere donna, moglie, madre e lavoratrice, per quanto tutto questo faccia parte di me e ogni parte condizioni le altre, non mi piace essere una “madre lavoratrice”.

Ditelo ad alta voce. Suona male, vero?

Mi evoca scenari macchiettistici e sconfortanti. Un essere ibrido un po’ casalinga un po’ donna in carriera, che nella migliore delle ipotesi fa un lavoro che non le piace, corre trafelata qua e là, butta in tavola pasti precotti, manca alle recite, comunica con il marito a grugniti. E non si gode un bel niente. Sotterrata dai sensi di colpa per il lavoro trascurato, dai sensi di colpa per i bambini sballottati.

madre lavoratriceEh no, non ci siamo.

Premetto: per motivi vari, un po’ miei un po’ no, sono stata a casa con entrambi i bambini fino al loro primo anno, o quasi. Me li sono goduti, coccolati, cresciuti in quella fase in cui non sai ancora dove iniziano loro e dove finisci tu. Però poi a un certo punto

dovevo ricominciare io

Io che voglio essere moglie, madre e lavoratrice. Amando ognuno dei miei ruoli, perché ognuno serve all’altro.

E allora lancio un sondaggio: quante di noi

  • lavorano per scelta e per realizzazione personale ?
  • si sentono mamme, ma non si identificano nel ruolo ?
  • credono nell’esistenza del quality time ?

Io ogni sera torno alle 18.30-19 dai miei figli. Stanca, ma con il sorriso. Il sorriso che mi deriva dall’aver dato il mio contributo al mondo, di essere esistita come me stessa e non come “mamma di”.

Da quando ho trovato un lavoro meno a termine degli altri, poi, mentalmente sono rinata. Niente più infilare i tempi di incarichi da free lance tra un pisolino e un’uscita di scuola. 8 sane ore di scrivania, computer, silenzio e chiacchiere e confronto tra adulti. Avevo timore, in effetti, che i bambini, abituati a una presenza costante per quanto stravolta, ne risentissero. E invece: sono felici. Come se niente fosse.

E ora lo posso dire, che da quando passo meno tempo con i miei figli sto meglio. Sono più stanca, fisicamente . Più impegnata. Con meno tempo e il respiro un po’ corto. Ma li amo anche di più, perché passiamo insieme dei momenti belli a giocare, raccontarci storie, sfruttando  magari i tempi morti in macchina per coccole e parole.

Loro vedono una mamma serena e allegra, impegnata e non frustrata, e cresceranno sapendo che una mamma non è solo una mamma. E credo che questo sia il più grande regalo che posso fare alla loro educazione alla parità di genere.

***DISCLAIMER: se fossi stata un uomo non avrei sentito il bisogno di scrivere questo post****