Violenza domestica, come uscirne – Parla l’avvocato

Crediamo non ci riguardi. Speriamo non ci riguardi. Ma i numeri parlano chiaro: la violenza domestica è più diffusa di quanto immaginiamo. L’avvocato ci spiega i meccanismi di tutela

E’ di pochissimi giorni fa (precisamente del 28 marzo) la presentazione dell’ultimo rapporto Istat sulla violenza sulle donne: in Italia oltre il 30% delle donne tra i 16 e i 70 anni (quasi 7 milioni) ha subito nel corso della propria vita violenza fisica o sessuale. Sono aumentate le denunce, è cambiato l’approccio – anche se c’è molta strada ancora da fare – di legislatori e forze dell’ordine. E sono violenze che a volte vanno a incidere anche sui bambini, in modo diretto o indiretto.

Moltissime di queste violenze, a cui si aggiunge quella psicologia, subdola ma ugualmente distruttiva, avvengono in famiglia. Sembrano fatti lontani da noi, ma non è così. I numeri parlano di una realtà diffusa e capillare. Non noi, forse, ma la nostra vicina, la mamma del compagno di classe, quella cugina lontana. Sapere cosa fare, sia che ci riguardi in prima persona sia per poter consigliare e indirizzare una persona vicina è fondamentale. Abbiamo chiesto aiuto come sempre al nostro esperto, l’avvocato Eugenia Barone Adesi che si occupa di diritto di famiglia e del lavoro.

Quali sono gli sviluppi in materia di violenza domestica negli ultimi anni?

I numerosi casi di violenza domestica e di cosiddetto “femminicidio” hanno dato un forte impulso alla legislazione italiana che, pressata dall’opinione pubblica e dalla cronaca nera, a cavallo tra il 2012 ed il 2013, ha cercato di creare un sistema di norme che permettesse una tutela anticipata delle vittime. Infatti, in questo genere di violenze, molto spesso le vittime non denunciano o per ragioni di stigma sociale o, alle volte, perché le condotte degli aggressori manifestano la loro effettiva pericolosità quando ormai è troppo tardi.

Qual è stato il percorso normativo?

Nel 2012, in esecuzione della Convenzione del Consiglio di Europa per la protezione dei minori di Lanzarote, è stata emanata la L. 172/2012 che, oltre a riformare le norme sulla pedopornografia, ha modificato l’art. 572 c.p. che oggi costituisce il cuore delle norme che perseguono la violenza domestica. La nuova norma, di carattere più generale rispetto a quella precedente, si applica in caso di maltrattamenti all’interno della famiglia “istituzionale” e di quella “di fatto” e prevede, nel caso base, una pena non inferiore ai due anni.

La medesima legge ha previsto che, ove la persona offesa ne faccia richiesta, il P.M. disponga l’incidente probatorio. Ciò significa che, per assumere la prova (ad es. la testimonianza) non si attende che inizi il vero e proprio processo, ma si procede all’assunzione già in fase di indagini. L’anno successivo, il D.L. 93/2013 convertito con L. 119/2013, si è occupato espressamente di contrastare la violenza di genere.

L’art. 3, c. 1, seconda parte della suddetta legge fornisce la

definizione di violenza domestica

da intendersi come

“uno o più atti, gravi ovvero non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra persone legate, attualmente o in passato, da un vincolo di matrimonio o da relazione affettiva, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.

Quali sono gli elementi fondanti di queste norme?

La prima cosa che balza agli occhi è che il legislatore ha previsto diverse modalità nelle quali la violenza possa esercitarsi (la violenza economica, seppur senza lasciare lividi evidenti, pone il soggetto debole in uno stato di chiara sottomissione dei confronti dell’altro). E’ inoltre evidente che oggetto di protezione non sia soltanto la famiglia unita da vincoli giuridici, ma le coppie separate, divorziate, che abbiano avuto una relazione affettiva, a prescindere dalla convivenza dei soggetti.

Cosa caratterizza degli episodi come violenza domestica? Quando quindi ci sono gli estremi per denunciare?

In generale, è richiesto che la condotta del soggetto agente sia reiterata. Deve trattarsi di condotte non episodiche: è un reato abituale, che si realizza tramite la sottoposizione della vittima a comportamenti che si protraggono nel tempo. Perché il soggetto sia perseguibile ai sensi del 572 c.p., deve aver posto in essere un comportamento criminoso protratto nel tempo con più condotte identiche e omogenee.

Ma quindi se si tratta di un solo episodio non si può far nulla?

Non assolutamente: questo non significa che se non si prova l’abitualità il soggetto non sia comunque non punibile per altri reati (ad es. percosse).

Come si dimostra invece la violenza continuata?

La vittima deve aver presentato denunce, deve avere referti medici che attestano eventuali violenze subite, o comunque una documentazione che dimostri che non si tratta di un avvenimento isolato.

Ci sono aggravanti da far valere?

Sì, previste dal 2013: per i i reati contro la vita, l’incolumità personale e per i maltrattamenti in famiglia si prevede l’aggravante laddove il fatto sia stato commesso alla presenza minore o nei confronti di persona in stato di gravidanza.La medesima legge ha parzialmente modificato la normativa sulla violenza sessuale, introducendo, l’aggravante laddove la vittima sia in stato di gravidanza, o nei confronti di persona che abbia con il colpevole rapporti di coniugio, convivenza, relazione affettiva (anche se tali rapporti sono terminati).

Come rientrano i figli in questa tutela?

La legge prevede che, per i reati di pedofilia, violenza sessuale, violenza domestica ed atti persecutori (cd. Stalking), se commessi a danno di un minorenne, il p.m. provveda a darne comunicazione al tribunale per i minori e che, quando i reati di violenza domestica, violenza sessuale o atti persecutori sono commessi a danno di un minorenne o commessi dal genitore del minorenne a danno dell’altro genitore, la comunicazione sia fatta fatta anche ai fini dei provvedimenti che il giudice prende in relazione al giudizio di separazione, nonché per la decadenza dalla potestà genitoriale e per la valutazione della condotta pregiudizievole ai figli (tale ultimo caso, meno grave di quello che porta alla perdita della potestà genitoriale, può determinare l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore).

Come bisogna procedere nei fatti? E’ sempre necessario sporgere denuncia direttamente?

I reati si distinguono in due grandi categorie: quelli procedibili “d’ufficio” e quelli procedibili “a querela di parte”. Nella prima categoria rientrano i reati perseguiti a prescindere dal fatto che la vittima sporga o meno denuncia (ad es. l’omicidio): non importa come l’autorità di pubblica sicurezza abbia appreso la notizia, deve perseguire il reato.

Nella seconda, invece, è necessario che chi ha subito la condotta penalmente rilevante manifesti la volontà che l’agente sia sanzionato (ad es. le percosse).

In relazione ai reati oggetto di analisi, occorre evidenziare alcune particolarità.

  • Nel caso di violenza sessuale, il reato è perseguibile a querela, che deve essere proposta entro sei mesi dal fatto (salvo i casi ritenuti più gravi, per i quali si procede d’ufficio: violenza contro un minorenne, fatto commesso dal genitore, fatto commesso da pubblico ufficiale, etc.). E’ importante sapere che, una volta proposta, la querela NON può essere ritirata.
  • Nel caso dello stalking, la querela deve essere presentata entro 6 mesi da quando si è verificato il fatto. Una volta che è stata presentata, può essere revocata solo innanzi al giudice. Se la condotta persecutoria è stata realizzata a mezzo di minaccia grave, invece, la querela è irrevocabile.
  • Laddove la vittima sia un minore o persona con disabilità il reato è perseguibile d’ufficio. Altrettanto, quando il reato di atti persecutori è collegato ad altri reati perseguibili d’ufficio.
  • Se il questore riceve notizia di fatti riconducibili al reato di percosse o lesioni personali nell’ambito della violenza domestica, può procedere ad ammonirne l’autore anche in assenza di querela.

Spesso il timore da parte di chi denuncia è che il denunciato, a piede libero, possa accanirsi ancora di più

Generalmente, prima che vi sia una condanna definitiva, l’imputato può essere sottoposto a misure restrittive solo in presenza di particolari condizioni. Nel caso di questi reati però ci sono delle misure in più per tutelare la parte lesa.

Per i reati di “violazione degli obblighi di assistenza”, “abuso dei mezzi di correzione”, ipotesi aggravate di “lesioni personali”, “schiavitù”, “pedofilia”, “tratta”, “violenza sessuale” ed “atti persecutori” commessi a danno del convivente, però, può disporsi l’allontanamento dalla casa familiare anche fuori dalle normali condizioni di applicabilità delle misure coercitive, se necessario con l’ausilio dei mezzi elettronici di controllo (il Braccialetto elettronico). Proprio in ragione della finalità di prevenzione, il legislatore ha previsto che chi ha commesso i reati per cui si dispone l’allontanamento ed il divieto di avvicinamento, possa volontariamente sottoporsi ad un “programma di prevenzione della violenza”: detta circostanza sarà valutata dal giudice per l’eventuale sostituzione della misura cautelare. In tale ipotesi, si informa la persona offesa dal reato della possibilità di richiedere l’emissione di un ordine di protezione europeo.

  • Per i reati di cui si discute, quando il colpevole chiede la modifica delle misure cautelari, ovvero se ne dispone la modifica, devono essere informati i servizi sociali e la persona offesa, eventualmente tramite il suo difensore.
  • Nei reati di violenza alla persona l’eventuale richiesta di archiviazione deve sempre essere comunicata alla persona offesa, che ha 20 giorni per prendere visione degli atti di indagine e depositare atto di opposizione.
  • Nei reati di violenza domestica ed atti persecutori l’avviso di conclusione delle indagini deve essere comunicato alla persona offesa, anche tramite il suo difensore nominato, che può prendere visione degli atti di indagine.

Altro grande nodo: il processo. Se una persona è vissuta per anni come vittima, con che coraggio può riuscire ad affrontare una deposizione davanti alla persona che l’ha maltrattata, magari anche riducendola in uno stato di sudditanza psicologica?

Se, durante il giudizio, deve essere sentita la persona offesa, qualora versi in condizioni di particolare vulnerabilità, il giudice può disporre che venga sentita con modalità protette (dunque si fa eccezione alla normale regola che l’imputato possa confrontarsi con chi lo accusa).

A chi si può affidare la persona vittima di violenza domestica?

La legge prevede che le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che si trovino innanzi una vittima di violenza domestica, pedofilia, violenza sessuale, violenza domestica o atti persecutori la informino sui centri antiviolenza attivi sul territorio e provvedano a metterla in contatto con essi laddove la vittima ne faccia espressa richiesta. Per quanto riguarda la Regione Lazio, dal 2014 c’è una legge regionale specifica che si occupa della loro disciplina, in accordo con la legge quadro nazionale del 2013. Qui trovate l’elenco dei centri del Lazio.

Per quanto riguarda le famiglie straniere, argomento caldo in questo periodo, ci sono meccanismi di tutela analoghi?

Anche le persone straniere vittime di violenza domestica già dal 2013 sono tutelate dall’ordinamento. E in più il Questore può rilasciare il permesso di soggiorno alla vittima di violenza, che quindi non deve avere timore di denunciare tale violenza per paura di essere espulsa dal territorio

Per concludere: è un panorama in evoluzione? Dal punto di vista governativo ci sono iniziative concrete?

Le notizie sono recentissime: da gennaio 2017 è stata istituita una commissione di inchiesta del Senato con il compito di accertare le reali dimensioni del fenomeno della violenza di genere e le sue cause, verificare la concreta attuazione della Convenzione contro la violenza domestica, analizzare gli episodi avvenuti dal 2011 per orientare l’azione di prevenzione. I lavori dureranno un anno, al termine dei quali verrà presentata una relazione che proporrà, tra l’altro, soluzioni legislative ed amministrative per una più adeguata prevenzione del fenomeno.