Una sorella a tempo determinato: la (mia) storia di un affido

Quando avevo 16 anni i miei decisero di prendere in affido una bambina. Una scelta non facile, che ha coinvolto tutta la famiglia. Vi racconto com’è andata quell’esperienza

Io ho un fratello e una sorella.

Mio fratello mi somiglia come se fossimo gemelli.

Il vicino di casa a volte ci confonde.

Anche se lui ha 22 anni e io 32.

Anche se lui ha i capelli corti e io lunghi.

Anche se lui esce in jeans e felpa e io in gonna e giacca.

(Sì, il mio vicino di casa è un po’ anziano e porta gli occhiali. Ma non vuol dire.)

Due gocce d’acqua.

Stessi capelli neri, stessi occhi scuri.

Stesso sguardo.

Al punto che mio marito, a volte, si impressiona.

“Amore, che c’è? Perché ti sei fermato?”
“Niente, è che mi sembrava di baciare tuo fratello”

Sic.

Mia sorella invece è bionda con gli occhi verdi.

(E – come se non bastasse – ha pure un fisico da urlo).

No, non ha ripreso da qualche bisnonna, né è frutto di un’avventura di mia madre con un aitante responsabile del servizio clienti Ikea di nome Jörgen (seppur la frequenza con la quale lei si reca presso il negozio del colosso svedese ci è sempre sembrata sospetta).

Più semplicemente, i nostri genitori biologici sono diversi.

Quando Alina è arrivata per la prima volta nella nostra famiglia aveva 10 anni e io 17.

Andavo al liceo, studiavo molto, uscivo ancora di più ed ero già fidanzata con quello che sarebbe poi diventato mio marito.

E, come ogni adolescente che si rispetti, ero polemica, ribelle e assolutamente insopportabile.

Quando i miei dissero che ci avrebbero affidato per tre mesi l’anno una bambina bielorussa per fare dei soggiorni terapeutici, misi su scene degne del teatro greco.

Una tragedia.

Mi sembra di rivedermi girare per casa listata a lutto col coro al seguito.

Quando compresi che i capricci non funzionavano, decisi di sottoporre la loro decisione a processo.

Io impersonavo – ovviamente – il Pubblico Ministero.

“E questo a voi sembra fare del bene? Portare qui una povera creatura, strappandola dal suo luogo natìo… Farle vedere la ricchezza (un appartamento due camere e cucina e una fiat punto, ndr) e poi rimandarla al suo Paese. Costretta in una famiglia che non sarà mai la sua. Rispondete: dove dormirà? Chi la guarderà? Quanto fastidio (mi) darà? Quanto costerà? Il vostro silenzio parla! Io mi oppongo, Vostro Onore! Mi oppongo a questo disastro annunciato!”

Andai avanti a pranzo e cena per svariati giorni.

I miei mi rispondevano con calma e pazienza, ma io mi infuriavo ancora di più.

Cercavo di portare dalla mia parte mio fratello, chiamandolo come teste, ma lui era sempre troppo preso dalle sue cose.
Tipo le costruzioni, il pupazzo di Godzilla e i cartoni dei Pokemon.

Quand’ero piccola mia madre mi diceva sempre che ero l’avvocato delle cause perse.

E anche questa – naturalmente – non fece eccezione.

Alina arrivò quindi nel dicembre del 2001.

Vorrei dirvi che era una deliziosa e angelica bimba bionda con le trecce ma – a parte l’acconciatura – era invece testarda, capricciosa, lagnosa e irritante.

Come me.

E come mio fratello.

Forse non avremo una goccia di sangue in comune, forse i geni che fanno sembrare lei una principessa russa non si sono mai mescolati con quelli che fanno sembrare me Mercoledì Addams, però in qualche modo ci somigliamo.

Forse è solo un caso.

O forse è quella incredibile somiglianza che hai solo con chi è cresciuto nella stessa tua famiglia.

Quelle reazioni così simili.

Quel modo di prendersi in giro.

Quella gestualità.

Quei litigi con mamma, sempre per le stesse cose.

Quel lessico.

Il lessico famigliare.

Anno dopo anno, è stata, semplicemente, mia sorella.

Abbiamo condiviso trucchi e segreti, cd di Laura Pausini, magliette e sigarette.

Ora che sono anche io una mamma, guardo con ammirazione alla scelta che fecero i miei tanti anni fa.
Non è affatto facile accogliere in casa una figlia non tua.

Una figlia con una data di scadenza, non adottabile.

Una figlia che se ne va.

Che ritorna.

Che poi va via ancora.

Che non puoi controllare, che non sai se sta bene.

Che ha bisogno di te ma tu non puoi correre da lei.

L’affido è un atto d’amore gratuito.

E amando poi, tranquilli non si vive mai (diceva qualcuno).

Alina adesso ha 26 anni, vive a Minsk, e ha una bambina stupenda, Alexandra, la mia prima – biondissima – nipote!
Sono stata la prima a sapere che era rimasta incinta.

Quel pomeriggio sentivo che dovevo chiamarla.

Mi rispose che era appena uscita dallo studio del dottore.

Piangeva, ma era anche felice.

E io piansi insieme a lei.

Era con me il giorno del mio matrimonio.

E un anno e mezzo fa è venuta subito a conoscere mia figlia, la sua prima – scurissima – nipote!