Aprire la porta di casa propria: l’affido familiare

Che cos’è l’affido familiare? Quali sono i requisiti necessari e cosa bisogna sapere prima di intraprendere questa strada?

Emanuela e Pietro sono sposati da quasi trent’anni.

Lui maresciallo dei Carabinieri, lei casalinga, vent’anni fa hanno deciso di aprire le porte della loro casa.

Che non si sono mai più richiuse.

Li abbiamo intervistati per capire di più sul mondo dell’affido familiare.

Che cos’è l’affido?

È un’opera di volontariato. Serve a dare una mano sia a un minore in difficoltà, sia alla sua famiglia d’origine.

Ci sono, infatti, tanti tipi diversi di affido, può essere anche solo un sostegno che non richiede il trasferimento del bambino in casa propria.

Può essere un affido, ad esempio, solo diurno. Chi offre la propria disponibilità può specificare di essere disponibile, ad esempio, solo di giorno o solo nei fine settimana. Una forma di affido può essere persino solo il servizio di accompagnare il minore a scuola, alle attività sportive, dal medico.

Non ci sono, quindi, dei tempi prestabiliti.

L’affido non ha un periodo né minimo né massimo, anche se ci si orienta, in genere, per un progetto che non superi i due anni.

Chi può prendere un bambino in affido?

L’affido è aperto a tutti: alle coppie di sposi, ai conviventi, ai single. In alcuni casi anche alle persone anziane.

A chi bisogna rivolgersi per dare la propria disponibilità?

Ai servizi sociali del comune di riferimento. Solo i servizi sociali, con nulla osta del Tribunale, possono disporre l’affidamento.

Purtroppo c’è molta difficoltà nel reperire famiglie disposte a prendere un minore in affido. In genere, sono persone che ne sono venute a conoscenza tramite passaparola o conoscenti.

Dal momento in cui una famiglia dà la sua disponibilità ai servizi sociali, poi cosa accade? Quanto tempo passa prima di essere scelti?

Non c’è un tempo specifico o una lista di attesa.
Va valutato caso per caso. Si deve trovare il giusto abbinamento.
Un bambino, ad esempio, che ha bisogno di attenzioni speciali sarà abbinato a una famiglia senza figli. Al contrario, se si cerca una casa per un bambino che da solo si troverebbe in difficoltà, a causa della sua storia, allora sarà favorito una famiglia che ha già dei figli.

A causa della scarsità di famiglie che si propongono come affidatarie, in genere, comunque, si è chiamati in tempi brevi.

Perché c’è così poca disponibilità da parte delle famiglie ad aprirsi all’affido?

È spesso una scelta impopolare proprio per i suoi confini incerti e in costante evoluzione.
Il problema è soprattutto la temporaneità del provvedimento.

Chi vuole accogliere un bambino, in genere, lo vuole “a tempo indeterminato” e quindi in adozione.

Ci sono dei corsi specifici per diventare una famiglia affidataria?

Certo.

Non bisogna avere una visione romantica dell’affido.

È una scelta difficile e bisogna confrontarsi con delle realtà di grande sofferenza. I corsi servono a sfatare alcuni miti.

Nell’immaginario di chi intraprende questa strada spesso c’è solo l’idea “siamo buoni, siamo amorevoli, aiutiamo i bambini in difficoltà”.

Pensano che tutto stia nel donare amore a un bambino che non vede l’ora di lasciarsi amare. Non è proprio così.

Spesso si incappa anche in situazioni rischiose e bisogna esserne pienamente consapevoli.

Possono esserci problemi con la famiglia d’origine?

La famiglia d’origine deve essere coinvolta nel progetto.
Se c’è la possibilità, vengono svolti, in luogo neutro e protetto, dei colloqui tra il minore e la sua famiglia. Quest’ultima, poi, deve fare determinati step prima di poterlo riportare a casa.

Stiamo parlando di situazioni estremamente complesse: alcol, droga, malattia mentale.

Magari al genitore drogato si mette come requisito l’andare in comunità per un tot di tempo e poi trovare un lavoro per riprendersi il figlio.

Il degrado, in genere, non riguarda solo i genitori ma l’intero nucleo famigliare.

Se devo collocare il bambino in una famiglia terza, vuol dire che i servizi sociali hanno già preso in considerazione – e scartato – nonni, zii ecc.

Tutti i bambini in affido hanno una famiglia alle spalle quindi? Oppure alcuni sono in attesa di adozione?

Hanno sempre i genitori. Altrimenti il tribunale dichiarerebbe lo stato d’abbandono morale e fisico e il minore sarebbe adottabile.

L’affido non può mai sfociare in adozione?

L’affido potrebbe sfociare in adozione solo se il tribunale dichiarasse intanto lo stato di abbandono. Una telefonata l’anno da parte della famiglia d’origine, però, impedisce già lo stato d’abbandono morale.

Bisogna poi tenere a mente che

condizione primaria dell’affido è che si mantenga il contatto con la famiglia d’origine.

Quindi è incompatibile con il percorso adottivo e non bisogna avere la percezione che sia il primo passo verso quella direzione. Non è impossibile ma devono coesistere così tante cause da renderlo davvero una rarità.

Qual è l’età media dei bambini?

Non sono quasi mai piccolissimi. In genere, si va dall’età scolare fino all’adolescenza. Non è un caso. Spesso è la scuola stessa a segnalare questi casi. È il primo osservatorio.

Come vengono fatti gli abbinamenti?

L’abbinamento si fa in base al vissuto del minore e di cosa ha bisogno in quel momento.
Un minore abusato dal padre, ad esempio, potrebbe aver timore in una famiglia, mentre invece potrebbe stare bene con accanto solo una figura femminile. Ecco perché non c’è una lista d’attesa. Anche la vicinanza o lontananza territoriale dalla famiglia d’origine potrebbe essere un criterio di selezione.

È il progetto che fa l’affidamento.

Il servizio sociale prima deve capire di cosa ha bisogno il bambino e poi deve cercare una famiglia. Si prende sempre prima in considerazione il diritto del minore, non quello dell’adulto.

Ci sono dei sussidi economici da parte del Comune?

No. In alcuni casi si può richiedere l’esenzione dalla retta della mensa scolastica. Ma le famiglie che accolgono non ricevono assolutamente nulla.

È un’esperienza consigliabile alle famiglie giovani?

Secondo noi no.

La famiglia deve essere solida. Serve una maturità di coppia e una stabilità forte per confrontarsi con una scelta così difficile. Una coppia giovane che non ha figli propri investirà troppo nella relazione con il bambino e tenderà a sentirlo come proprio. Una volta che il minore farà ritorno alla famiglia d’origine, il loro nido resterà vuoto. Il dolore del distacco c’è sempre, ma in questo caso potrebbe essere troppo grande da affrontare. Per quanto riguarda invece i single che danno la loro disponibilità, in genere non sono scelti per periodi prolungati ma, ad esempio, per le vacanze estive, per i week end…

Come si supera l’ansia per il distacco?

Con la consapevolezza, fin dal primo momento, che non stai prendendo il posto del genitore.
Gli stai solo dando una mano in un momento difficile, sei parte di un progetto più ampio.

L’obiettivo principale dell’affido è il reinserimento in famiglia.

Non bisogna travisare questo, altrimenti poi si finisce per sentire quelle storiacce del tipo “mi hanno levato il bambino”.
No.

Tu in quel momento non sei il genitore, sei un appoggio. Uno zio. Il vicino di casa di una volta che ti dava una mano.

Anni fa, infatti, non c’era bisogno di parlare di affido perché c’era più appoggio alle famiglie, già solo a partire dal vicinato.

Non è facile.

Assolutamente no. Ma devi tener presente che un bambino a una famiglia perfetta preferirà sempre e comunque la sua… Anche se “disastrata”.

Non devi tirarlo dalla tua parte pensando che starà meglio con te. Perché lui sta meglio a casa sua. Non devi mai parlargli male della sua famiglia, giudicarla o – peggio – fare confronti.

Il divario (anche economico) sicuramente c’è, ma lui non deve accorgersene. Banalmente, anche solo evitando di comprargli oggetti troppo costosi. Anche se in quel momento vorresti regalargli il mondo.

Voi come avete iniziato? Qual è la vostra testimonianza?

Noi siamo partiti con l’adozione perché il nostro bisogno di genitorialità non poteva esaurirsi con l’affidamento.
Siamo sposati da 27 anni. Abbiamo fatto due adozioni nazionali, in tempi diversi.
Contemporaneamente, nel 1997 siamo venuti a contatto con la realtà diocesana e abbiamo frequentato un corso di preparazione all’affido. Ma non ci sentivamo ancora pronti per quest’esperienza.
Poi, per caso, il giorno di ferragosto, eravamo a pranzo con la responsabile del corso e le arrivò una telefonata dei servizi sociali. Avevano urgente bisogno di sistemare due bambini.
Noi ci siamo guardati e abbiamo detto sì.
Proviamo.
Una volta aperta la porta di casa, è stato un susseguirsi.
Prima arrivarono due fratellini per quattro mesi.

Poi una bambina solo il venerdì, sabato e domenica.

Ancora più avanti, due sorelle egiziane. Un’esperienza davvero complessa, abbiamo avuto bisogno della collaborazione del mediatore culturale per un’accoglienza nel pieno rispetto reciproco. Con loro è rimasto un bellissimo legame, soprattutto con la nostra figlia più grande. È sempre una gioia incontrarsi, aggiornarsi.

Ma la gioia più grande è sapere di aver potuto dare una mano alla loro mamma in un momento molto difficile e saperle ora felici insieme.
Una volta abbiamo accolto perfino un intero nucleo famigliare che aveva perso casa e lavoro.
Non ci siamo più fermati.

Abbiamo aperto le porte della nostra casa e non le abbiamo mai più richiuse.

 

(Se volete leggere una testimonianza da un altro punto di vista, qui vi racconto la mia storia di “sorella a tempo determinato“).

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