Mamme in Parlamento. Siamo una lobby o restiamo clan rivali?

L’Italia è una repubblica fondata sulle mamme, ma non è un Paese per mamme. Stiamo cercando di tornare al centro del dibattito politico… Ma ne siamo davvero in grado?

Mamme amiche

Il nido che costa troppo.

Il mercato del lavoro che quando resti incinta ti porta – spontaneamente o “spintaneamente” – a lasciare la tua occupazione.

Se siete mamme – ma anche se state pensando di diventarlo – lo sapete bene: nella stragrande maggioranza delle aziende italiane la maternità è vista come un peso, una cosa di cui quasi quasi la lavoratrice si deve scusare.

L’Italia è una Repubblica fondata sulle mamme. Ma non è un Paese per mamme.

Non ancora, quanto meno.

Potrebbe diventarlo, però. E come dice il saggio: “Se non ci credi tu, chi ci crederà?”.

Ieri c’è stato a Roma, alla Camera dei Deputati, un appuntamento importante.

“Mamme in Parlamento”: le mamme e le istituzioni a dialogo.

C’erano qualche deputato, un ministro (la Lorenzin) che ha mandato una relazione scritta e promesso di raccogliere le istanze della giornata; un altro ministro (Costa) che è venuto e ha parlato dei numeri della natalità italiana. Numeri imbarazzanti… In pratica, siamo destinati all’estinzione.

E c’eravamo noi: le mamme.

Gli esperti hanno portato le cifre della vergogna: quelle che testimoniano, implacabili, che la nostra società, così com’è costruita oggi, non aiuta – non parlo nemmeno di incoraggiare… – chi decide di fare un figlio.

Quando io sono nata, a metà degli anni Ottanta, le neomamme avevano in media 25 anni. Oggi 31.
I bambini nati nel 1960 in Italia erano un milione. Nel 2015 sono stati 500mila, nel 2016 ancora meno.
Insomma: i bambini stanno diventando una specie rara in Italia.

Così come le mamme.

Ma se le mamme sono una specie rara, di certo non sono una specie protetta.

Per il 95% delle donne il lavoro è importante. Eppure, l’83% di quante escono dal mercato del lavoro per occuparsi di un figlio non riesce più a rientrare.

Per qualcuna è una libera scelta; ma per molte, moltissime si tratta invece di una scelta obbligata.
D’altronde, “ora che sei mamma non vorrai mica lavorare?”. “Che li fai a fare i figli se non li cresci?”

Alzi la mano chi di voi non si è mai sentita rivolgere una frase del genere: dal collega, dal parente… da un’altra mamma.

Del resto, anche qui, come in matematica, è la somma che fa il totale.
Se i nidi sono un bene di lusso…
Se il part-time è una chimera…
Se in sede di assunzione le giovani donne ancora si sentono chiedere: “Oh, mica avrai intenzione di restare incinta, vero?”
Se nei colloqui di lavoro ti scartano appena sentono che sì, in effetti un figlio ce lo avresti (leggete questa Storia di ordinaria discriminazione)…

Insomma. Erode aveva scelto un metodo più cruento, ma era arrivato allo stesso risultato. La decimazione dei primi nati.

L’incontro di ieri a Roma si inserisce in questo contesto ed è stato importante non tanto per quello che è stato detto, quanto perché è (potrebbe essere?) l’inizio di un percorso di lobbying che riporta le madri e le famiglie davanti agli occhi della politica.
Quando le opportunità non te le danno, te le devi prendere da solo. E le madri hanno deciso di tornare a essere protagoniste.

Ma qui arriva la domanda fatidica:

le madri sono di certo una categoria sociale, ma sono capaci di essere anche lobby?

Ieri, una degli esperti intervenuti sosteneva che, grazie alla rete, le madri sono tornate a condividere, a confrontarsi. Internet sarebbe in altre parole una lente magnificante della solidarietà femminile, e materna nello specifico.

Siamo tutte consorelle, tutte sulla stessa barca.

Oppure no?

A parere nostro, la gara a chi è la mamma migliore trova proprio in internet la sua arena preferenziale. Come abbiamo avuto modo di dire altre volte, la “mommy war” non passa mai di moda, soprattutto online.

Allatti, non allatti, per quanto allatti. Dai il latte artificiale, come lo prepari, a richiesta o a ore. Dorme, non dorme, dove dorme, lettone sì, lettone no, lascialo piangere, se piange sei un mostro. copri troppo sei apprensiva, ha la schiena scoperta morirà di dissenteria fulminante. Torni al lavoro sei degenere, non lavori sei fallita. Esci una sera lasciandolo ai nonni che lo hai fatto a fare un figlio, non esci più divorzio sicuro. La tv no, la tv sì. Svezzamento vegano, onnivoro, un po’ e un po’, pappe fatte in casa, omogeneizzati, glutine. Tettalebane contro fan del biberon, categorie cristallizzate che si scontrano con clangor di spade.

Care mamme, riusciremo mai a uscirne?
Capiremo che se non ci aiutiamo da sole, non ci aiuta nessuno? O siamo destinate al tafazzismo?

La domanda resta appesa nell’aria, mentre la nostra vita di tutti i giorni va avanti. Faticosa, con pochi aiuti.

Questo può essere il momento per cercare di fare il passaggio da categoria sociale slegata e disomogenea a lobby, da clan rivali che si guardano in cagnesco a rete organizzata.

Anche in questo caso, vale la pena di chiederselo:

se non ora, quando?