L’amore è cieco. Ma se fosse sordo, sarebbe meglio.

Un tempo, mezzanotte era l’ora delle scarpette di cristallo. Ma da quando sei mamma, è l’ora in cui inizia la battaglia notturna. Tra i risvegli di tuo figlio e il marito che russa…

mezzanotte

Quando sei bambina, mezzanotte è un’ora magica.

Tanto per dirne una, è l’ora in cui le carrozze si trasformano in zucche, i cavalli in topi e le principesse perdono scarpette di cristallo…

Quando sei adolescente, mezzanotte è l’ora in cui si sta al telefono con le amiche o con il fidanzato di turno.

Se siete nate come me negli anni Ottanta, non potete non ricordare tutte quelle volte in cui, con il filo del telefono tirato al massimo, o con il cordless, ci si seppelliva sotto le coperte per parlare, parlare, parlare… Fino a che, invariabilmente, un genitore esasperato – da me, solitamente mio padre – tirava un paio di urlacci, e allora giù, attaccare di corsa…

E richiamare cinque minuti dopo.

Quando hai vent’anni, mezzanotte è l’ora in cui si esce di casa per andare a ballare. Minigonna, tacchi, trucco, ma soprattutto con l’argento vivo addosso e un gruppo di amici intorno.

Quando hai trent’anni e sei neomamma, mezzanotte diventa l’ora in cui

incomincia la temuta, inevitabile battaglia notturna.

Una guerra di trincea, di logoramento (il nostro), di posizione – o meglio: di posizioni. Tante, diverse una dall’altra. Ma tutte ugualmente scomode.

Come un neonato di 60 cm per 6 chili di peso possa occupare lo stesso spazio di un grande obeso è un mistero della fisica che da generazioni le menti migliori indagano senza però riuscire a comprendere…

Ma comunque.

Mezzanotte, dicevamo.

È più o meno verso mezzanotte che si dà il “latte della buonanotte”.

Quello che secondo Tracy Hogg dovrebbe essere la coccola finale della giornata, e poi tutti a dormire e ci si rivede domani alle 6-6:30…
A-ha.
Ma certo.
Come no.
A casa mia, nel mio lettone, la poppata della buonanotte viene seguita da un’altra poppata della buonanotte.

E poi da un richiamino.

In mezzo, tra l’uno e l’altro, ci sono situazioni varie e composite, che comprendono per esempio:

***Il ciuccio che cade***
Ore 2.50.

Piccola Otaria (mia figlia): «Gnao, gnao, gnaooooo…»

Mamma Pinguino (io), bisbigliando: «Le è caduto il ciuccio, ma non lo trovo… Si è perso in mezzo alle lenzuola, boh… Non lo vedo… Amore, vai in cucina a prendere quello sterilizzato che io sto con lei? E leva quel cellulare, ché altrimenti la luce blu la sveglia del tutto!!»

Il Chioccio (mio marito, nonché papà di Piccola Otaria) nel buio non vede nulla, inciampa a tutti gli spigoli che ci sono in casa prima di arrivare alla cucina. Trattiene gli ululati di dolore come prova suprema di amore paterno. Ma quando arriva in cucina scopre che – ferale notizia! – il ciuccio di riserva non è stato messo a sterilizzare la sera prima.

Sospira rassegnato, mette l’acqua a bollire, cinque minuti, ciuccio pronto.

Rientra in camera da letto aspettandosi un’accoglienza da salvatore della patria.

Mamma Pinguino: «Amore, ma ci hai messo un secolo!! Ma che ti sei fatto pure un panino mentre stavi di là?? Comunque, per fortuna io il ciuccio l’ho trovato: che poi era lì, legato al pigiamino, ma sai com’è, nel buio…»

 

*** L’incubo 1***
Ore 4.10

Piccola Otaria, piangendo: «Gniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii… Gniii… Gniiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!»

Mamma Pinguino, di soprassalto, grida: «Oddio-poverina-che-succede-sta-male-controllala-piange-perchè-piange-l’ho-schicciata-l’hai-schiacciata-è-caduta?»

Il Chioccio (che non aveva sentito il lamento di Piccola Otaria, ma ha perso 10 anni di vita e una notevole quantità di capelli a causa del mio urlo), spalanca gli occhi e accende la luce.

Piccola Otaria russicchia beata e nel sonno inizia pure a sghignazzare…

Incubo? Quale incubo?

 

***L’incubo 2 (mio, stavolta)***
Ore 5.

Sono al parco con Piccola Otaria, lei nel passeggino sorride felice. Troviamo uno spiazzo erboso verdissimo, l’erbetta è tenera, io cammino senza scarpe, una sensazione di spensieratezza.
Trovo un punto sotto un meraviglioso pino – alto, frondoso, avrà almeno 100 anni. Blocco il passeggino, stendo un telo, mi sdraio mettendomi accanto Piccola Otaria. E mi addormento.
Dormo. Dormo… E quando mi risveglio, Piccola Otaria è svanita. Puff.
Intorno a me non c’è nessuno. Solo alberi, natura, erbetta.
Realizzo con terrore puro che me l’hanno presa.
Qualcuno ha portata via la mia bambina.
Come un’invasata, inizio a cercarla ovunque e a urlare, urlare, urlare…

«Amore, sveglia, sveglia.» Il Chioccio mi scuote piano e mi riporta nel mondo reale. Siamo a casa. In camera da letto. E Piccola Otaria è lì che dorme.

Mamma Pinguino: «Amore, non sai che ho sognato! Ero al parco, c’era quel pino e poi…»

Il Chioccio (che di solito ha una pazienza di Giobbe, ma che ha pure la sveglia puntata tra due ore…): «Amore… Facciamo che me lo racconti domani?»

Mamma Pinguino: «Sì, certo, ok

Mamma Pinguino: «Però allora mi parli un po’ tu così mi tranquillizzo e mi riaddormento?»
Il Chioccio, ancora una volta, sospira rassegnato. E inizia a parlare…

Ecco, ora voi penserete:

Ma questo Chioccio è un santo! Un martire!!

Ma prima di aprire la procedura di beatificazione, aspettate.

C’è un ultimo frammento delle nostre notti movimentate che dovete sapere…

Ore 5.20

Nella camera da letto di Mamma Pinguino e del Chioccio tutto tace.
Piccola Otaria dorme serena, i pugnetti all’insù, il ciuccio che le penzola dalla bocca.
I rumori della notte non ci sono più, quelli della città che si sveglia devono ancora iniziare.

Il lettone è un’oasi di perfetta tranquillità…

Ed è proprio allora che…

Il Chioccio incomincia a russare.

Anzi: a Russare, con la maiuscola.

Mamma Pinguino, che si era appena riappisolata, si sveglia con questo rumore di trattore che le martella la testa. Tenta di girare su un fianco il Chioccio, invano. Allora gli fa una carezzina, poi due; gli dà un colpetto, poi inizia a tirargli gomitate niente male, ma lui no, non si sveglia.

Lui continua a Russare. Aumenta i decibel. Amplia il ventaglio di suoni.

Una roba da virtuosi, insomma.

Stavolta è il turno di Mamma Pinguino di sopprimere gli istinti omicidi e sospirare rassegnata.

Prende una coperta e, inciampando anche lei in tutti gli spigoli di casa, se ne va in salone pensando:

L’amore è cieco. Ma se fosse sordo sarebbe meglio.

 

(Ps. se siete interessati alle varie teorie sulla nanna dei bambini, alle mille sfumature tra Estivill e il lettone, qui abbiamo riassunte le principali scuole di pensiero)