La mia prima estate da mamma. Ovvero: aridateme il Sergente Hartman

Pensavi di poterti finalmente rilassare. Di goderti il mare, tua figlia, gli spaghetti con le vongole, i gelati. Ma la bambina ha un altro programma per te. Ed è inflessibile…

starfish

La scorsa estate ero incinta e convinta di potermi risparmiare – almeno per una volta – lo psicodramma stagionale della prova costume.

Ma ben presto ho capito che era un’illusione. Sappiatelo: ormai le donne incinte non hanno più diritto a essere rotonde.

Il mio ginecologo era inflessibile, “non più di un chilo al mese”. Ogni controllo peso diventava il set di Full Metal Jacket: lui il Sergente Hartman e io, ovviamente, il Soldato Palla di Lardo.

Le sue reprimende un po’ le ascoltavo, un po’ no; e alla fine i chili presi sono stati 12.

Questa è la mia prima estate da mamma.

Immaginavo di potermela godere senza l’angoscia di qualcuno che ti tiene a stecchetto. Di potermi finalmente gustare gli spaghetti con le vongole, i gelati, le brioches a colazione.

Ma sono al mare con mia figlia da ormai due settimane e ormai l’ho capito.

Evidentemente, quando era nella pancia, Piccola Otaria deve avere in qualche modo assorbito e interiorizzato le filippiche del mio ginecologo contro l’aumento di peso.

Deve essersi convita che grasso è male.

E ora sta facendo di tutto per assicurasi che la sua mamma non prenda un chilo, un etto, un grammo durante questa estate.

Se il ginecologo mi trattava da Soldato Palla di Lardo, mia figlia è riuscita a trasformare questa vacanza in un campo di lavoro, con ritmi e privazioni alimentari da gulag.

Il programma di allenamento quotidiano varia a seconda del suo umore. Come ogni carceriere che si rispetti, mia figlia è umorale e imprevedibile (avete presente il padron Wallace di Kunta Kinte? Ecco).

Ma più o meno le nostre giornate di “vacanza” vanno così.

Sveglia all’alba – questo è un must – e sessione mattutina di sollevamento pesi (8 chili di bambina finora, e stanno rapidamente aumentando…).

Cammino mille passi (o meglio: i primi mille passi della giornata) avanti e indietro, indietro e avanti, tra camera da letto, cucina e salotto per preparare la sacca del mare.

Se prima di diventare mamma “preparare la sacca del mare” significava “butta pareo, cellulare, libro in una borsa di paglia“, oggi significa:  trova il ciuccio, prendi la crema, il cappellino, il giochino 1, il giochino 2, il giochino 3… Prepara il biberon con acqua e succo, la merenda, il cambio. Ricarica il fasciatoio portatile di pannolini, sono finiti i pannolini, vai alla farmacia all’angolo a ricomprare i pannolini, torna a casa, sfida la legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi tentando di infilare tutto in una sola sacca, datti per vinta, riempine una seconda.

Con l’altra mano cerca di prepararti un caffè.

Una volta arrivate al mare, seconda sessione di sollevamento pesi. Perché non fai in tempo a mettere piede in spiaggia che la bambina, guarda un po’, ha fatto la cacca. Caricati lei e il faciatoio portatile con tutti gli ammennicoli del caso (salviette, crema, etc).

Vai al bagno dello stabilimento – immancabilmente lontanissimo – scopri che non c’è nessun piano d’appoggio e rassegnati a cambiare la bambina al lavandino, tenendola con una mano sola, mentre con l’altra cerchi di sfilare un pannolino pulito dal fasciatoio che tieni stretto tra le ginocchia.

Torna sotto l’ombrellone, molla il fasciatoio, tenta di sdraiarti sul lettino con la bambina.

Ma il Padron Wallace ha caldo.

Smania.

E allora, forza, alziamoci e andiamo rinfrescarci in acqua. Che – attenzione – significa restare sulla battigia in attesa dell’onda con la bimba in braccio e tu piegata in due come uno startac per farle toccare l’acqua con i piedini, permettere di scalciare le onde, ma senza farla bagnare troppo, che il mare è ancora troppo freddo.

Cinque minuti di questo “bagnetto” e i tuoi lombari entrano in sciopero, tenti di sollevarti, ma la bambina protesta – si stava divertendo, lei –  e i suoi strepitii per quanto inarticolati trasmettono un messaggio molto chiaro:

Io volere ancora bagnetto. Tu dare me ancora bagnetto. Altrimenti io scatenare inferno.

Continua il “bagnetto” fino all’ora della merenda di metà mattina. Merenda della bambina, ovviamente. Tu stai sempre solo con quel caffè preparato di straforo, e i morsi della fame che iniziano a farsi sentire…

Ma la bambina non finisce la sua pappa di latte, e quindi olé: si mangia! Ti avventi quei rimasugli come se fossero una prelibatezza e non una sbobba grigiastra.

D’altronde,

i soldati hanno la razione K, le neomamme avanzi di omogeneizzati e pappine. In guerra non si va per il sottile, e in maternità tantomeno.

Il resto della giornata la mare trascorre all’incirca come la mattina, con combinazioni di sollevamento pesi, piegamenti, quadrupedie, andate e ritorno (innumerevoli) al bagno dello stabilimento. Mille, duemila, tremila passi almeno.

A un certo punto, però, si torna a casa. Thank God.

Stanca, sudata e affamata (tu); riposata, sorridente e pasciuta (lei).

La doccia ti sembra un miraggio… e tale resta, perché prima bisogna occuparsi della bambina.

Spogliala e falle il bagnetto, incremala di doposole, preparala per la notte, allattala, addormentala – e qui c’è tutto l’agio per l’imprescindibile sessione di wrestling serale.

Finalmente, finalmente!, il Padron Wallace dorme. Ora hai tempo per la tua doccia (un paio di minuti almeno) e per cenare.

Ti siedi a tavola davanti al tuo piatto di pasta con le vongole, quello che ti sogni da tutta la giornata, Sollevi una forchettata e…

Gnao, gnaoo, gnaooooo!!!!!

Il Padron Wallace deve essersi improvvisamente ricordato che il momento perfetto per esercitare lo scatto è la sera, preferibilmente durante la cena. Così non fai in tempo a mangiarla, che già l’hai digerita.

E quindi…

Gnao, gnaoo, gnaooooo“…

Tu molli gli spaghetti, corri di là a controllare, è caduto il ciuccio, rimettiamo il ciuccio, cinque minuti di ninnananna, dorme di nuovo.

Torni a tavola, riprendi da dove avevi interrotto e… “Gnao, gnaoo, gnaooooo“. Scatti di nuovo, stavolta aveva sete, biberon e altri cinque minuti di ninnananna.

La scena si ripete più e più volte.

Alla fine, gli spaghetti sono ormai gelati e incollati, immangiabili. Tu ripieghi sull’insalatina.

E mentre mastichi sentendoti una capra, pensi solo a una cosa:

Aridateme il Sergente Hartman!