Baby dance sotto l’ombrellone. Uccidetemi ora. O no?

Quando arrivi in spiaggia e sei accolta da “Andiamo a comandare”, il primo pensiero è la fuga. Ma poi… D’altronde si sa: i figli so’ piez ‘e core.

spiaggia

C’era un tempo in cui il mio ideale di mare era l’isola deserta.

Perché la vacanza fosse davvero vacanza servivano: il mare, io, un libro e mio marito (ma anche solo il mare, io e un libro, eh).

Come colonna sonora, il rumore delle onde che si infrangono con dolcezza sulla battigia e ogni tanto l’urlo stridulo di un gabbiano…

Ma poi è arrivata lei.

Piccola Otaria.

E con lei è arrivata:

la baby dance sotto l’ombrellone.

Amiche più esperte di me, quelle che i figli li hanno avuti prima, avevano cercato di avvisarmi.

Da De André al Pulcino Pio è un attimo.

E se durante l’anno sei costretto a sorbirti “Ai ai se eu te pego” o “Whiskey il ragnetto” tra le mura domestiche, dove perlomeno sei tu a gestire lo stereo, in vacanza la baby dance ti insegue ovunque. L’effetto è quello di “Blob – il fluido che uccide“, avete presente? Puoi tentare di sfuggirgli, ma in cuor tuo sai già che ti raggiungerà, che non c’è scampo.

Perché quando hai un figlio piccolo, addio vacanze stile “Into the wild”. Ti tocca prendere l’ombrellone allo stabilimento della spiaggia con l’acqua bassa, la più adatta ai bambini, e per questo presa d’assalto dalle famigliole. E lì, va da sé:

si scrive “stabilimento per famiglie”, ma si legge “baby dance”.

Per chi era abituato a vivere il mare come Tom Hanks in Cast Away, lo choc è quasi fisico. Altro che Huntington: il vero “scontro delle civiltà” è quello che avviene sul bagnasciuga.

Ora ci sarà chi tra voi dirà: “Ma non è vero, noi siamo andati a fare campeggio sulle spiagge vergini  della Papuasia quando Ciccio aveva 4 mesi, si può fare tranquillamente”… Ceeeerto. Si può fare. Tutto si può fare. Ma, per favore, continuate a farlo voi.

Noi abbiamo optato per Santa Marinella, 60 chilometri da Roma. A giugno e luglio negli stabilimenti ci sono solo mamme, bambini, nonni e tate. Sembra l’Atlanta di Rossella O’Hara, quando gli uomini erano tutti impegnati nella guerra civile. I mariti fanno i pendolari dalla città e compaiono sulla spiaggia tutti insieme, il sabato mattina.

Ed era appunto un sabato mattina quello in cui io, Piccola Otaria e mio marito il Chioccio abbiamo dato inizio alla nostra prima vacanza a tre… 

Arriviamo in spiaggia di buon’ora, l’ora giusta per i bambini, ché poi il sole si fa troppo caldo.

Facciamo lo slalom tra lettini, corpi altrui, asciugamani, ciabatte. Raggiungiamo il nostro ombrellone: a destra come a sinistra siamo appiccicati ai nostri vicini. Da una parte una mamma con due bambini e una tata, dall’altra una tribù dall’organizzazione sociale non meglio identificata (so solo che sono tanti, una masnada tra adulti e ragazzini).

Stendiamo i nostri teli, liberiamo Piccola Otaria dal passeggino e stiamo per sdraiarci quando…

“Tuz, tuz, tuz… Ho un problema nella testa, funziona a metà…”

Ebbene sì.

Andiamo a comandare.

A palla.

Da tutti gli angoli dello stabilimento, bambini di varie età corrono come pazzi verso la postazione baby dance. Che – uccidetemi ora, per favore – è a meno di cinque metri dal nostro ombrellone.

Io e il Chioccio ci guardiamo atterriti.

«Oddio, pure Rovazzi, no, dài…».

«Facciamoci spostare».

Ci accingiamo a rifare al contrario lo slalom tra corpi e ombrelloni per andare a supplicare il gestore dello stabilimento di trovarci un altro posto. Ovunque, pure davanti ai bagni, purché sia lontano dalla baby dance. Ma proprio in quel momento

Piccola Otaria inizia a ballare per la prima volta in vita sua.

È gasatissima, rimbalza sul posto come una palletta, incredibilmente a tempo con il tuz, tuz, tuz. Ride come una matta, una risata fatta di due dentini e tanta bava.

Io e il Chioccio ci guardiamo di nuovo.

E stavolta non c’è nemmeno bisogno di dirlo.

Anziché andare dal gestore dello stabilimento, prendiamo in braccio Piccola Otaria e andiamo alla postazione baby dance.

Passiamo la mezz’ora successiva a ballare in tre.

“Andiamo a comandare”, “Occidentali’s Karma”, “Gangnam Style” e una serie di hit latino-americane dai titoli (a me) ignoti.

Ed è allora che comprendo una cosa fondamentale.

L’amore di mamma non è portare in grembo nove mesi una creatura.

Non è allattarla, cullarla, assicurasi che sia sempre ben coperta, passare le notti sveglia a cantare ninnananne…

Amore per un figlio significa ritrovarsi su un litorale per famiglie, circondata da altri genitori, a saltellare sulle note di “In radio c’è un pulcino” e…

…non vedere l’ora di rifarlo.