Una valigia per tre: viaggio in Provenza tra degustazioni di vino e giri in giostra

Tra un cambio di pannolino e l’altro, sulle tracce del film “Un’ottima annata”, un viaggio itinerante per rigenerare la coppia e divertirsi tutti insieme

Quest’anno volevo andare in vacanza a ogni costo.

I presupposti, in realtà, mancavano un po’ tutti.

Mio marito era reduce da un complicato intervento e quasi due mesi di ricovero.

I soldi scarseggiavano causa lavori impellenti di ristrutturazione della casa.

La bambina ancora piccola, ancora con il pannolino, ancora capricciosa con il cibo.

Stavo per arrendermi alla riviera romagnola.

Dico “arrendermi” perché ci siamo stati già molte volte, inclusa l’estate scorsa. È stato il nostro porto sicuro ogni volta che ne avevamo bisogno. E quest’anno ci sentivamo troppo stanchi anche solo per pensare a un posto diverso.

Abbiamo chiesto il preventivo al solito hotel, con la sorpresa di trovare il prezzo raddoppiato.

Cosa che ci ha buttato ancora più giù.

Poi, una mattina, mi sono svegliata con l’illuminazione:

“E se ce ne andassimo in Provenza?”

La Provenza era un vecchio sogno nel cassetto.

Io c’ero stata da piccola, quasi non ne ho ricordo.

Mio marito invece desiderava andarci da quando nel 2006 lo portai al cinema a vedere “Un’ottima annata”.

Mi bastò un giro veloce su internet per capire che ci sarebbe costata meno di Rimini.

La vera domanda era: ce la sentiamo?

Ce la sentiamo di farci 800 km (solo andata) con la piccola al seguito?

Ce la sentiamo di fare un viaggio itinerante nonostante la stanchezza accumulata, la tristezza ancora da smaltire e lo stress che ci sta appiccicato addosso come carta moschicida?

Sì.

Non sarebbe meglio andare al mare, inseguire la teppistella sulla sabbia rovente e guardare sognanti il lettino e quel romanzo che non riusciremo mai a leggere?

No.

E così, dopo aver sfogliato una guida comprata sospirando anni prima e un’occhiata veloce alla cartina, abbiamo deciso.

Coincidenza voleva che proprio in quei giorni, in uno splendido e impronunciabile paesino di nome L’Isle-Sur-La-Sorgue, ci fosse la Fiera internazionale delle arti e dell’antiquariato.

Brocante ovunque.

Trecento espositori.

Il trionfo del vintage. Dello shabby chic. Del kitsch.

Ho passato i giorni prima della partenza in una specie di estasi.

Sulle nuvole.

Sognavo romantici pic-nic a base di baguette, formaggi e ogni ben di Dio che si può comprare in una charcuterie.

E vino, ovviamente.

Mi vedevo camminare tra i vigneti prima di passare alle degustazioni di Châteauneuf du pape, Côthes du Rhône, Luberon…

Mi vedevo passeggiare mano nella mano con mio marito, io con una grande borsa di paglia e un cappello abbinato, lui fumando la pipa, a fare acquisti nei negozietti provenzali.

Nei mercatini.

Tra mazzi di lavanda, profumate saponette e leggeri vestiti a fiori.

Una seconda luna di miele.

E quel miele me lo assaporavo ancora mentre preparavo i bagagli.

Solo lo stretto indispensabile” mi dice il mio Baloo.

Mentre io – con occhi dolci – rispondo “Sì, amore”.

Io.

Che in genere mi porto decine di cambi, scarpe, borse e bigiotteria abbinata, tre tipi di profumi, medicine, ombrelli, un beauty case grande quanto la valigia principale con minimo due bagnoschiuma, shampo e balsamo separati per lui e per lei, spazzolini, dentifrici, deodoranti (notare il plurale), creme, trucchi, lamette, limette, pinzette.

E ancora: asciugamani, viveri per il viaggio, libri, riviste, numeri d’emergenza, fazzoletti, copriwater, carta d’identità, carta di credito, carta igienica, carta coop, carta-forbici-sasso ecc.

Ma “lo stretto indispensabile” suonava così bene e io non volevo fare (per una volta!) la parte della pantera petulante.

Partiamo all’alba.

Molto romantico.

La benzina c’è.

Il gas è chiuso e l’allarme inserito.

L’itinerario è pronto, le chambres d’hôtes prenotate, la notte in uno Château anche.

Avevamo pensato a tutto quello che poteva rendere speciale questo secondo viaggio di nozze.

C’era sfuggito solo un piccolissimo, insignificante dettaglio.

Stavolta eravamo in tre.

E, ve lo anticipo, subito, lo stretto indispensabile non funziona così bene quando hai una bimba piccola.

Ce ne siamo accorti la prima sera ad Aix-en-Provence.

Sotto la pioggia.

Senza ombrello.

E lì, nel mezzo del Cours Mirabeau, io e Baloo ci siamo fatti la prima – per dirla alla Montalbano – sciarratina della vacanza.

Ho ripreso con gioia il mio ruolo di Bagheera chiedendomi cosa mai avessi nella testa.

Lo stretto indispensabile un accidenti!

La mattina dopo mi sono infilata nel primo supermercato che ho trovato e ho fatto scorte di qualsiasi cosa.

Con un carico aggiuntivo di circa dieci chili (c’erano pure i pannolini in offerta, che facevo? Li lasciavo là?) e dopo aver sugellato la pace davanti a un pain au chocolat, siamo partiti finalmente alla scoperta di questa regione tanto sognata.

La Provenza è meravigliosa, proprio come ci si immagina.

Ricca di scorci da cartolina, profumi, fiori, casali immersi in campi sterminati.

Come sognavamo, abbiamo religiosamente ripercorso le tappe del film che ci aveva portato lassù.

Ed è stato romantico e un po’ buffo.

In questo inaccessibile Chateau è stato girato il film con Russel Crowe “Un’ottima annata”

Ma mentirei se dicessi che – alla fine – è stata davvero una luna di miele.

La nostra bambina è stata buona (soprattutto nel lungo viaggio in macchina, ci ha davvero stupiti) ma tenere conto delle sue esigenze, rispettarle e renderla partecipe e felice ha significato anche fare dei compromessi.

Non ho visto tutto quello che avevo preventivato.

Non ho potuto fare la coda interminabile sotto al sole per entrare al Palazzo dei Papi di Avignone, ad esempio.

In compenso, ad Avignone abbiamo lasciato metà budget della vacanza alla giostra dei cavallucci.

Un paio di raffinate cene francesi sono riuscita ad ottenerle (grazie a santo tablet su cui avevo riversato cartoni Disney come non ci fosse un domani. Poco elegante, lo so. Ma è sopravvivenza).

Però siamo stati anche in un ristorante italiano (che all’estero ho sempre evitato come la peste) sopraffatti dal grido di dolore spontaneo e improvviso che le è sgorgato dal cuore quando, camminando, ha visto passare un cameriere con un piatto di pasta.

Una volta dentro, poi, ha tormentato tutti al suon di “potti lolli cugo” (portatemi, cortesemente, della pasta al sugo, n.d.t.) facendomi sentire leggermente in colpa per aver seguito fino a quel momento solo i miei gusti e averla rimpinzata di formaggi di capra.

Finalmente sazia e soddisfatta

Le degustazioni di vino?

Diciamo che non ho avuto modo di apprezzare la cultura enologica del territorio quanto avrei voluto, ma per sopperire a questa mancanza e per uno – ehm – diciamo studio approfondito della questione mi sono riportata a casa una decina di bottiglie.

La fiera della brocante siamo riusciti a visitarla quasi tutta, ma in cambio siamo stati anche parecchio tempo con lei a giocare ai giardinetti.

Quel pomeriggio, mentre faceva lo scivolo per la 150° volta di fila, riflettevo che alla fine non era poi così male, il compromesso.

Forse non è stato tutto un 50 e 50.

Ma non saprei neanche dire dalla parte di chi è stato sbilanciato.

Tra campi di lavanda, tramonti romantici e costosi giri di giostra ho capito che la vacanza non è vacanza se non rispetta le esigenze di tutta la famiglia.

Ci sono stati pianti e capricci, ma ci sono state molte più risate.

Ci sono state canzoni cantate a squarciagola in macchina.

Panorami suggestivi, paesi in salita e foto malriuscite.

Pannolini da cambiare e passeggini da aprire e chiudere e ri-aprire e ri-chiudere.

E tanta, taaaanta pazienza, con una duenne attaccata h24 7 giorni su 7 senza nonni/zii/baby sitter a fare da ancora di salvataggio.

Ci sono state tante passeggiate mano nella mano.

Io e mio marito ne sentivamo il profondo bisogno.

A volte noi due.

Ma, più spesso,

noi tre.

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