Quando nasce un figlio e… Inizi a detestare tuo marito.

È arrivata mia figlia e io non sono solo diventata una mamma: sono diventata anche una jena nei confronti di mio marito. Ma poi ho capito: semplicemente, ha da passa’ a nuttata…

ODIARE IL MARITO DOPO I FIGLI

Come non odiare tuo marito dopo i figli?

Dài, quante di noi se lo sono chieste? Io ammetto che dopo la nascita della mia Piccola Otaria, con mio marito le cose non sono state tutte rose e fiori.

Colpa mia, colpa sua, o è semplicemente così che funziona per tutti?

La coppia diventa una triade, trovare un equilibrio non è facile.

Appena la bambina è nata, io ero concentrata su di lei, ma soprattutto sulla sopravvivenza quotidiana. Mio marito – un ottimo padre e compagno, presente, grande cambiatore di pannolini – è stato con me per tre settimane prima di tornare al lavoro. I primi tempi, la bambina (latte a parte, per ovvi motivi) la facevo gestire a lui.

Che la cambiava, la addormentava, la intratteneva per fare riposare me, le faceva il bagnetto. Era lui a metterle il cappellino prima di uscire, io ero semplicemente troppo terrorizzata dalla “fontanella” per poterlo fare (e che cosa mai temevo che succedesse, mi chiedo oggi…).

Mio marito da subito ha partecipato a tutti gli aspetti della quotidianità della bambina. Non che meriti un premio per questo, eh.

I figli sono di entrambi, il padre non “aiuta”, il padre fa, come è normale che sia.

Tuttavia, non vivo su Marte e so che in tante famiglie, le cose non funzionano così.

Quanti papà non cambiano pannolini?

Quanti papà dormono nell’altra stanza, lasciando le mamme a gestire nottate di risvegli, pianti, coliche e poppate, ché “io domani mattina lavoro” (e la mamma che deve occuparsi di neonato e casa, invece, può iniziare la giornata sfatta dalla fatica…).

A casa nostra la culla è stata posizionata da subito dal lato del letto di mio marito. A ogni poppata, era lui a tirare su la bimba e passarmela, e andava pure a prendermi un bicchiere d’acqua se mi veniva sete mentre allattavo. Un Chioccio, nei miei confronti quanto in quelli di sua figlia.

Eppure, a me bastava pochissimo per prendermela con lui.

Per esempio?

Bastava un pacco di salviette umide lasciato aperto e completamente seccato per dare avvio alla guerra nucleare.

«Oh, dico a te. Ma ti ci vuole tanto a richiuderlo? Ora bisogna buttarlo tutto. Ma com’è che io mi ricordo sempre di chiuderlo e tu invece mai?».

Se mio marito provava a smorzare i toni, io mi infuriavo. Letteralmente.

«Guarda che quando hai un bambino i dettagli sono importanti. L’organizzazione è tutto, altrimenti non sopravviviamo. Ma tanto tu tra una settimana torni al lavoro, che te ne frega di me, di noi, della bambina…».

E via di questo passo, in una spirale ascendente – o forse dovrei dire discendente, visto che arrivavo davvero in basso, nei miei sproloqui – dove dal pacchetto seccato si arrivava ai massimi sistemi.

La nascita di nostra figlia mi aveva trasformata in una mamma attenta e amorevole. Ma anche, allo stesso tempo, in una jena.

Si dice sempre che l’amore si moltiplica e non si divide. Che la famiglia è dove la vita nasce e l’amore non finisce mai.

Eppure per qualche tempo dopo il parto, presa dalla bambina, certo, ma anche e soprattutto da me stessa non più figlia, ormai madre, confesso di avere messo da parte mio marito.

Sarà la stanchezza, mi dicevo, gli ormoni che devono tornare al loro posto.

Ma le settimane passavano, e la mia irritazione nei suoi confronti era sempre lì, pronta a esplodere. Eppure, al tempo stesso, quando lui non c’era, quando ha ripreso a lavorare, mi mancava terribilmente. Mi mancava il mio alleato numero uno nell’arrivare in fondo alla giornata. Gli mandavo messaggi pieni di “ti amo” e cuori rossi. Poi arrivava la sera, lui rientrava dal lavoro e io… Io me la prendevo con lui perché, magari, invece di tornare subito a casa a darmi il cambio, a permettermi di “staccare” dalla bambina, lui aveva ritardato di tre quarti d’ora per passare a prendere il sushi in quel posto che mi piace tanto.

La gioia delle prime settimane e mesi di vita di nostra figlia era sporcata da continui momenti di insofferenza (mia) e senso di colpa (suo). E a me dispiaceva enormemente, perché mi rendevo conto che il problema non lo creavo io. Il problema ero io.

Volevo riportare la nostra relazione sul binario giusto, tornare ai modi gentili e innamorati di una volta, eppure alla prima inezia tutti i miei buoni propositi puff!, sparivano.

Poi un giorno ho trovato un e-book. Il suo titolo mi ha subito colpita, perché riecheggiava la domanda che mi continuava a rotolare, pesante, nella testa:

Come non odiare tuo marito dopo i figli?

Vincendo la diffidenza e la spocchia con cui di solito guardo i libri di auto-aiuto o quelli che, in generale, propongono risposte a domande personali, ho iniziato a leggerlo.

E tanti passaggi mi sono suonati molto, troppo familiari. Vi dico solo che l’introduzione è sottotitolata:

“L’odio delle madri”.

Sarà la banalità sempre vera del “mal comune, mezzo gaudio“, ma il solo fatto che i miei crucci coniugali fossero gli stessi di questa donna e di tante altre citate nel libro (come storie personali o statistiche) mi ha consolata. Mi ha portato a guardare la mia insofferenza maritale con occhi diversi.

«Se succede a così tante coppie – mi sono detta –, allora vuol dire che non siamo noi in crisi. È solo una fase, un passaggio».

Come sempre accade, quando inizia a pensare che un problema sia risolvibile, sei già a metà strada verso la soluzione.

Oggi, a 9 mesi dalla nascita di mia figlia, io e mio marito siamo una coppia solida e innamorata.

Meglio ancora: siamo tornati a essere una squadra, non più un cerbero pronto a fustigare (io) e un poveraccio costretto a camminare sempre in punta di piedi (lui).

Significa che siamo tornati uguali a prima?

Certo che no.

La coppia che siamo stati non esiste più. Del resto, la nascita di nostra figlia mi ha cambiata per sempre e ha cambiato per sempre mio marito. Come potremmo tornare insieme a essere quelli di prima?

Il nostro matrimonio oggi è più ricco e più faticoso. Più solido e più tempestoso. Sono aumentate le contraddizioni e le arrabbiature, ma anche la complicità. Quando usciamo a cena in due, prima c’eravamo solo io e lui, oggi con noi c’è sempre anche il convitato di pietra: nostra figlia. Che anche se non la nominiamo per tutta la sera, è comunque accampata in un angolo delle nostre teste e del nostro cuore. Ma non per questo la cena sarà meno romantica, anzi. Del resto:

Un figlio è come una bomba a mano. Quando nasce, provoca un’esplosione nella vostra vita e, quando la polvere si posa, il vostro matrimonio è diverso da come era prima. (Nora Ephron)

Insomma:

ha da passa’ a nuttata…