Il passo del dromedario – In quattro in Marocco

Una vacanza di famiglia fuori dalla comfort zone, che si è rivelata molto più vicina a noi di quanto pensassimo. Con la certezza di aver regalato ai nostri figli (e a noi) bellissimi ricordi, oltre che una smodata passione per le olive

Eravamo partiti da ben più miti progetti. Volevamo mare, spiagge tranquille, ristoranti buoni, cuocerci al sole, leggere, lasciare i bambini allo stato brado in una casetta davanti alla spiaggia. Ma poi il caso ha voluto che vedessimo le foto di questa cittadina costiera dell’Africa del Nord, con affaccio sull’Atlantico, una storia antica, un porto di pescatori che rovesciava ogni giorno quintali di pesce fresco nei locali della zona, e ci ha posseduti uno spirito più avventuroso.

In un impeto abbiamo prenotato tutto, e siamo partiti.

E’ stato simile e diverso dalle nostre aspettative. Non ci aspettavamo, ad esempio, il freddo (se vai in un posto soprannominato “the windy city” forse te lo devi aspettare). E poi non ci aspettavamo, nonostante il panorama drasticamente differente da quello consueto, di sentirci facilmente a casa.

in viaggio

Arrivare in Marocco è stato impegnativo: 4 ore di volo, uno scalo, ancora un aereo (un simpatico aereo a elica che ci ha trasportati scossi ma indenni in una furiosa tempesta di sabbia, e ci è mancato poco che baciassi la terra come il papa una volta scesa), due ore e mezza di taxi. Taxi che ci ha depositati alle porte della medina, pedonale, con 3 valigie e due bambini stanchi. E infreddoliti, perché facevano 15 gradi in meno che in Italia. Ci ha soccorsi un uomo con un carretto che si è caricato i bagagli e ci ha scortati fino al riad. Quarto piano, senza ascensore, per amore di coerenza. Si era fatta mezzanotte ed eravamo morti di fame e stanchezza, abbiamo festeggiato l’arrivo in camera con kebab e patatine.

Il minareto e le vie della Medina

Di sfuggita, aprendo la finestra, abbiamo apprezzato la vista, proprio nel cuore della città vecchia, davanti al minareto.

Bello, il minareto

Alle 5 di mattina il megafono puntato verso la nostra finestra ha iniziato a salmodiare preghiere. Al grido di Allah Akbar abbiamo realizzato. Bello, il minareto. Caratteristico. Correndo a chiudere la finestra abbiamo pregato anche noi. Che i bambini non si svegliassero, ovviamente.

Il riad e la spiaggia

E poi è iniziata la vacanza, in cui abbiamo scoperto che la città ventosa è davvero tanto ventosa, che l’escursione termica non va sottovalutata, che quando il vento si placa l’acqua fredda dell’Oceano è una benedizione, che i pesci oceanici sono la versione pompata di quelli che mangiamo di solito (pensate una sardina che sembra un’orata), che il Marocco – questa parte del Marocco, almeno – è di una gentilezza commovente, che evidentemente

i bambini biondi portano fortuna

perché Figlio2 è stato baciato da estranei una media di 10 volte al giorno, compreso quello in cui un gruppo di donne se l’è passato di braccia in braccia stordendolo di moine e poi riportandocelo indietro tra mille ringraziamenti. E che stranamente nessuno dei bimbi ha fatto minimamente caso al fatto che per la maggior parte le donne indossassero il velo, alcune integrale con tanto di mani e piedi sempre coperti, e che una metà degli uomini vestisse con la djellaba lunga fino alle caviglie.

Incontri ravvicinati con la fauna

Matilde ha scoperto: un’incredibile resistenza (l’abbiamo fatta camminare avanti e indietro tutto il giorno), i fichi d’india (che in Marocco chiamano figue de Barbarie) venduti dai carretti per strada, il the alla menta, la strana andatura del dromedario, che andare a cavallo le piace ma al galoppo le fa un po’ paura, che i ristoranti lì sono tutti “da principesse” (poltrone, ori e velluti), che “è stato bello quando l’aereo si è messo a saltare” (beata innocenza!), i gamberoni, che “jalla jalla” significa presto e “inshallah” speriamo.

Tommaso ha scoperto: le olive, suo amore sconfinato, per il quale ha coniato anche una parola (è l’unico cibo che ha dignità di un nome proprio che non sia aaammme: si chiamano ieie), che sulla sabbia sa correre veloce quanto sul terreno solido, che giocare con le onde è l’unico scopo della giornata, la spremuta d’arancia, quanto è bello bere con la cannuccia, il pain au chocolat, il battesimo del cavallo, i gatti, quanto sono comodi i pantaloni alla turca.

Un viaggio in Marocco con due bambini piccoli

poteva sembrare azzardato – anche se la scelta è ricaduta comunque su una località tranquilla, affollata ma turistica, di un turismo misto degli appassionati di kitesurf e delle famiglia di Marrakech, Agadir, Casablanca. Ci siamo calati in un’umanità diversa ma non straniante, tra bikini e burkini intervallati sulla riva e fra le onde, gruppi di ragazzi e ragazze del posto seduti ai tavolini, famiglie in abiti tradizionali, turisti olandesi a caccia del vento. Abbiamo trattato la città come un qualsiasi posto di mare. Lunghe giornate in spiaggia, cene di pesce, passeggiate pomeridiane tra le vie della medina, calandoci in colori, sapori, odori e scenari per noi nuovi ma che sono diventati familiari in un momento.

La fortuna aiuta gli audaci, probabilmente. Abbiamo mangiato qualunque cosa e non abbiamo avuto nemmeno un mal di pancia. Abbiamo seguito persone tra i vicoli e abbiamo trovato piccoli negozi nascosti dove ci hanno servito un the di una bontà unica. Ci siamo goduti ogni momento di una vacanza che arrivava dopo un anno intenso, pieno di cambiamenti e aspettative. Un mutamento di contesto notevole per tornare con un carico di esperienza e la sensazione di esserci davvero allontanati, un po’ anche da noi stessi.

Abbiamo riportato un carico di spezie, subito sperimentate in qualche ricetta. Il the, quello provato nel negozio fuori mano. Bracciali in pelle e argento, un paio di stivali su cui avevo sbavato dal primo giorno.

E sabbia, sabbia a non finire.

Ancora la trovo in giro per casa, e dire che siamo tornati il 17 agosto.