Quando il latte materno diventa una missione: la storia di Nadia e Mattia.

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Mi chiamo Nadia, sono di Bassano, lavoro nell’ufficio commerciale di un’azienda.
Quando sono rimasta incinta di Mattia avevo 39 anni.

La mia è stata una gravidanza cercata.

Molto cercata.

Tutto perfetto fino alla 21esima settimana.

Poi ho iniziato ad avere un po’ di febbricciola.

«La solita influenza», pensavo. Sono stata a casa una settimana, riguardati, mi dicevano tutti. Ma dopo una settimana ho avuto delle perdite strane.
Sono andata al pronto soccorso, non hanno trovato nulla. Mi hanno rimandata a casa. Ma le perdite continuavano. Sono tornata in ospedale. Stavolta mi hanno ricoverata e hanno scoperto che il sacco era rotto.
Sono rimasta tre settimane all’ospedale di Bassano.

I primi tre giorni li ho passati a piangere.

Se mio figlio fosse nato in quei giorni, non sarebbe sopravvissuto.

Ma poi, insieme a mio marito, ho deciso di reagire. Non piangiamoci addosso tutto il tempo, ci siamo detti. Ogni giorno che passava ci sentivamo un po’ più forti. Un po’ più in diritto di credere che questo figlio ce la potesse fare.

Sono arrivata così alla 23esima settimana. A quel punto sono stata trasferita in un centro più attrezzato, a Vicenza. Tra perdite, infezioni, antibiotici ho trascorso lì altre due settimane.

Poi una sera sono iniziati i crampi.

Quelli che per me erano crampi.

Crampi come quella volta che avevo mangiato quel pesce avariato…

Erano contrazioni.

Ero incinta da 25 settimane e stavo partorendo.

Mattia è nato poco dopo la mezzanotte. Una spinta e via. Un pesciolino.

Pesava 700 grammi. Era lungo 27 cm.

I neonatologi lo hanno intubato subito, è la prassi. Lui poverino aveva tentato di piangere. A modo suo, con quel poco di fiato che aveva.

Mentre i dottori portavano via mio figlio, un’infermiera che doveva compilare delle carte ci ha chiesto: «Come si chiama?». Io e mio marito non avevamo nemmeno fatto in tempo a scegliere un nome. Manca ancora tanto tempo, pensavamo…
«È un Mattia», ho deciso lì per lì.

Il medico che mi ha fatto partorire è tornato da noi. «Vi hanno detto qualcosa del bambino?».
Nessuno ci aveva detto nulla. Come stava nostro figlio?
Mio marito ha seguito il dottore, ha potuto vedere Mattia nell’altra stanza, tra le mani della neonatologa… e ha dovuto ascoltare le statistiche, i possibili difetti, le possibili malattie, le percentuali buone e quelle cattive, tutto il protocollo che – necessariamente – i medici in questi casi sono tenuti a vomitarti addosso.
Ma quando è tornato da me, mio marito sorrideva.

Mi ha detto soltanto: «È bellissimo. E sta bene».

Quando l’ho visto io, alcune ore dopo, era tutto fuorché bello.

Un esserino così piccolo non si riesce nemmeno a immaginare. Ma non erano le dimensioni a impressionarmi.

Era il colore.

Mio figlio era rosso sangue.

La sua pelle era così delicata da essere trasparente. Da mostrare quello che c’era sotto.

Ogni respiro, ogni battito di cuore: tutto era esagerato, sproporzionato rispetto a quel corpicino. Ho pensato a ET. Lo guardavo, guardavo l’energia che doveva impiegare anche solo per prendere un respiro, e gli occhi mi si sono riempiti di lacrime.

Un infermiere mi ha detto: «Dai, cambiamogli il lenzuolino».

Ho messo le mani nell’incubatrice.

L’ho toccato.

L’ho preso.

Le mie mani erano pronte a ricevere il peso di un piccolo corpo, ma Mattia era molto più leggero di quanto mi aspettasi e le mie mani si sono sollevate.

Il pannolino che con l’infermiere gli abbiamo messo era piccolo così…

Un pannolino da 8 grammi.

Li pesano, i pannolini dei prematuri come Mattia: devono fare la tara per capire se il bambino ha fatto la pipì.

Occuparmi di mio figlio mi permesso di ricacciare indietro le lacrime. Con i giorni ho imparato a prendermi cura di lui sempre meglio, accompagnata da infermieri e dottori straordinari.

Ho imparato a vestirlo, a lavarlo, a contenerlo.

A farlo sentire coccolato senza toccarlo. A parlargli a voce bassa…

Io sono stata dimessa dopo 4 giorni. Mattia è rimasto in terapia intensiva cinque mesi, due dei quali intubato. 

Cinque mesi di terapia intensiva.

Cinque mesi di montagne russe.

Cinque mesi di corriera, tutti i giorni, avanti e indietro. Casa-ospedale-casa-ospedale…

Ogni passo avanti era seguito da due passi indietro.

In quei mesi io e mio marito abbiamo imparato a vivere alla giornata. Festeggiavamo qualsiasi grammo preso, qualsiasi millilitro di latte assunto… anche letteralmente un millilitro.

Festeggiavamo anche quando ci dicevano che era stabile. Quando sei in terapia intensiva, la parola “stabile” è una bellissima parola.

Un giorno siamo arrivati e lo abbiamo trovato attaccato a una macchina che si chiama alta frequenza. Una macchina che pompava aria e teneva i suoi polmoncini sempre dilatati, perché lui non riusciva più a respirare…

Mattia è rimasto sedato per 24 ore.

Ma io ho sempre creduto che mio figlio ce l’avrebbe fatta.

Le montagne russe mi hanno insegnato che

questi bambini prematuri hanno dentro di loro una forza enorme…

…e con l’allattamento l’ho capito ancora meglio.

L’allattamento è partito praticamente subito.

Mattia è nato dopo mezzanotte e alle 8 di mattina io già mi tiravo il latte. Lui lo prendeva piano piano, tramite una siringa mignon che conteneva in tutto un paio di millilitri. Il suo stomaco era grande come il nocciolo di una ciliegia.

Ha iniziato a tollerare il latte dopo qualche settimana.

Dopo un mese ne beveva 10 millilitri, 7-8 volte al giorno.

Il latte è diventato la mia missione.

Me lo tiravo in continuazione. Avevo uno zainetto da fotografa sempre con me, ci portavo tiralatte e contenitori.

Mi tiravo il latte davanti all’incubatrice in terapia intensiva.

Mi tiravo il latte a casa, la notte, svegliandomi come se avessi dovuto allattare il mio bambino.

Mi tiravo il latte guardando foto e video di Mattia.

Sapevo che il mio latte era il meglio che potessi fare per aiutare mio figlio nella sua battaglia.

Tutta questa stimolazione, meccanica e mentale, ha portato a una mega produzione.

Dopo avere riempito i freezer di tutta la famiglia, ho deciso che era arrivato il momento di scrivere a varie terapie intensive neonatali.

Nel mio ospedale al tempo non esisteva ancora la banca del latte (che hanno aperto l’anno dopo). Ma a Treviso c’era: e da lì mi hanno risposto subito, accogliendo la mia offerta a braccia aperte.

In tutto alla fine ho donato 60 litri di latte.

Mi sono sentita utile non solo per mio figlio, ma anche per gli altri piccoli guerrieri di Treviso.

Gli amichetti di Mattia, li chiamo.

Con il passare dei mesi, Mattia è diventato più forte. È stato stubato. Abbiamo iniziato la marsupio terapia: una, due ore di coccole, io e lui, nel silenzio totale, per recuperare il contatto che avevamo perso.

Ha cominciato a bere con il biberon.

Poi siamo passati al seno.

I miei capezzoli erano ingrossati dal tiralatte. La sua bocca era così piccola… la bocca di un bimbo che in teoria doveva ancora nascere. Ma la natura si è fatta sentire.

Mio figlio cercava il mio seno con determinazione, ci metteva tutto se stesso. Quando era attaccato respirava persino meglio.

Dopo 150 giorni siamo tornati a casa.

Ho continuato ad allattare fino al 32esimo mese.

Per mio figlio è stato fondamentale, ma anche per me. È stato il modo per ritrovarlo, per ritrovare la nostra connessione.

Oggi Mattia è un bambino bello, biondo, vivace.

Io e mio marito non abbiamo smesso di preoccuparci: non possiamo ancora permettercelo.

Ma ora non abbiamo più paura della vita.

Mi chiamo Nadia, sono di Bassano, lavoro nell’ufficio commerciale di un’azienda.
Sono la mamma di Mattia. E questa è la nostra storia.

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