Gentilezza. Impariamo dai bambini

Volevo insegnare a mia figlia ad essere gentile. Ma è finita che quella che doveva imparare qualcosa ero proprio io.

Ai nostri bambini insegniamo le cosiddette “parole magiche”.

Grazie.

Prego.

Per favore.

Scusa.

“Mamma vojo acqua”

“Come si dice?”

“Peffaove” (per favore, n.d.t.)

In realtà, lì per lì è abbastanza facile.

Imparano queste formulette a memoria e le ripetono – all’inizio – senza ben capirne il significato.

Non dico sempre senza difficoltà.

A volte, ad esempio, va così:

“Mamma vojo acqua”

“Come si dice?”

“No.”

(Sì, siamo ancora in questa fase).

“Scusa” è stata la più complessa da spiegare e dal momento in cui ne ha davvero compreso il senso, il numero delle volte in cui gliel’ho sentita dire è drasticamente diminuito.

Però l’educazione, la gentilezza, il sapersi comportare non si esauriscono certo in quattro parole.

È un modo di affrontare la vita.

Riflettevo su questo, negli ultimi tempi.

Tanto insistiamo che i nostri figli imparino certi accorgimenti, tanto ce ne dimentichiamo noi nel quotidiano.

Mica per cattiveria.

È che non siamo più abituati.

Gentilezza è anche spontaneità, e nessuno è più spontaneo dei bambini.

Quando io e mia figlia siamo in giro a far spese, quante volte, sommersa dalle buste, dalle lagne e oppressa dall’orologio che dice che siamo in ritardo per la cena, dimentico di salutare uscendo dai negozi.

Ma lei no, mai.

Anche se si sta lamentando e chiedendo ciuccio-merenda-giocattolo, lei non scorda mai di fare ciao ciao con la manina.

E sorridere.

Lei è gentile, sempre.

Di suo.

Non gliel’ho insegnato io, e di certo non facendole ripetere grazie-scusa-peffaove.

La sua gentilezza è sincera.

“Nonna ciao, tutto bene? Come stai?”

“Mamma, buongionno. Dommito bene?”

“Bimbo, pecché piangi? Pendi questo gioco”.

Sì, in casa ho una piccola Pollyanna.

(E pensare che l’avevo anche proposto come nome quando compilavo la mia lunghissima lista in gravidanza, ma il padre non ha voluto saperne).

Riprendere quella spontaneità da adulti, non è mica facile.

Quando arrivi trafelata al lavoro dopo che la sveglia ha suonato alle 6, ci hai messo ore per vestirti e vestire quel bradipo in cui si è trasformato tuo figlio, gli hai fatto mangiare mezzo biscotto in mezz’ora (una briciola al minuto è il nostro ritmo), e ti sei fatta magari pure un’ora di traffico, l’ultima cosa che ti viene in mente è chiedere alla collega che magari neanche ti sta simpatica “buongiorno, dormito bene?”.

Suonerebbe falso e magari lo sarebbe pure.

Però non è detto che, iniziando così, l’abitudine non si interiorizzi, proprio come quando i bambini imparano grazie-prego-scusa-perfavore, diventando piano piano sempre più naturale e vera.

Esiste una Giornata Mondiale per la Gentilezza e perfino un Movimento Italiano per la Gentilezza, con tanto di mission e manifesto.

Perché non diventi una virtù perduta, antica, una parola che appunto ci fa venire in mente solo una bambina con le trecce, la gonna e i calzettoni.

Renderlo un valore contemporaneo, questo l’obiettivo.

In classe, ai miei ragazzi, ripeto sempre “Gentilezza!” quando li sento discutere sui soliti problemi (la compagna non mette il libro in mezzo, lui mi ha preso la penna, mi ha detto così ecc.).

Ormai è diventato un tormentone e spesso mi prendono in giro quando li rimprovero per non aver fatto i compiti “professoré, eddai…gentilezza!”

Però, se sei gentile, non sarai mai un bullo.

Cominciamo dalle basi.

Una volta qualcuno mi ha detto

“il primo modo per amare è essere gentili”

I bambini lo sanno, i bambini lo fanno.

Impariamo quel loro modo di sorridere e illuminiamo la giornata di chi ci è vicino.

Adesso.