Giornata della Memoria: come spiegare la Shoah ai bambini

È giusto parlare ai bambini di un evento come la Shoah? Riescono ad afferrare concetti come persecuzione e olocausto? O si spaventano e basta? Anna Di Segni Coen, storica maestra della Scuola Ebraica di Roma e autrice di libri per l’infanzia, ci spiega il modo corretto di accostare questo argomento con i nostri figli.

olocausto

Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria: una ricorrenza internazionale in cui si ricordano e si rende onore alle vittime dell’Olocausto.

Da quando è stata istituita (nel 2005) a oggi è man mano diventata un appuntamento conosciuto e condiviso nelle agende di tutto il mondo. Le cerimonie di commemorazione si sono moltiplicate; i palinsesti televisivi propongono film e approfondimenti sul tema; le scuole superiori organizzano visite d’istruzione ai campi di sterminio di Auschwitz.

Di tutto questo, qualcosa arriva sicuramente anche ai bambini più piccoli. Che, magari, iniziano a fare domande, a chiedere spiegazioni.

E allora, una domanda ce la poniamo anche noi genitori:

È giusto parlare ai bambini di un evento come la Shoah?

La risposta al nostro interrogativo l’abbiamo cercata intervistando Anna Di Segni Coen, storica maestra della Scuola Ebraica di Roma, autrice di libri per l’infanzia e, non da ultimo, nonna di otto nipoti. 

«Più che di “giustizia” parlerei di “opportunità” di parlare o meno della Shoah. Voglio dire che, come in tutti gli argomenti ‘forti’ e di impatto emotivo profondo, se ne può parlare o talvolta se ne deve parlare, ma in un contesto specifico e particolare, laddove ci sia uno stimolo esterno che provochi la curiosità o l’interesse del bambino.

In generale, gli eventi tragici sono alla portata dei bambini? O invece i piccoli vanno tutelati?

Gli eventi tragici sono alla portata dei bambini solo nella misura in cui essi sono abituati a venirne a contatto nella realtà o nella finzione.

Teoricamente il bambino è in grado di accettare-assorbire tutto, ma può essere molto pericoloso che questo avvenga in una situazione non protetta e non mediata dall’adulto.

L’adulto ha sempre la funzione di rassicurare e calmierare il racconto, anche delle cose più atroci, mitigandone la portata attraverso uno sbocco positivo che emerge anche nel contesto più inaccettabile».

Come spiegare la Shoah a un bambino? 

«Innanzi tutto è importante stabilire a bambini di quale età ci rivolgiamo.

Se parliamo di bambini della scuola elementare del secondo ciclo (III, IV, V elementare) che hanno consuetudine allo studio e alla conoscenza, sia pure elementare, della storia, si può affrontare l’argomento partendo dall’attualità, parlando di anniversari, ricorrenze di eventi storici accaduti. Se invece parliamo di bambini più piccoli, se ne parlerà solo se ne crea l’occasione».

I bambini riescono ad afferrare concetti così drammatici? Oppure è opportuno fornire loro una sorta di “versione ridotta”?

«Sicuramente quello che è opportuno fare è parlarne accostando il racconto di eventi così distruttivi a ciò che li ha permessi e preceduti.

Quello che attiene all’idea di prevenire anziché correggere. Far comprendere ai bambini che determinati eventi sono accaduti in concomitanza e a causa di un crescendo di errori gravi compiuti o lasciati compiere perché l’ineluttabile poi accadesse.

In genere, è buona norma, far capire ai bambini che nulla avviene all’improvviso o per caso.

Può essere utile, perché loro comprendano meglio, partire da esempi di vita comune proponendo dei “paralleli” che illustrino il concetto di causa-effetto (per esempio, se tu cammini a piedi nudi sui vetri prima o poi ti ferisci; se giochi a lotta col compagno, alla fine vi fate male; se minimizzi una trasgressione, è più facile compiere un reato vero e proprio).

Ecco perché consiglio di partire dall’idea della constatazione dell’esistenza della diversità che non deve provocare il pregiudizio, ma una sana curiosità di conoscere e capire.

Accoglienza e interesse devono accompagnare la frequentazione con persone di provenienza diversa con lingua, caratteristiche somatiche, abitudini differenti da quelle abitualmente conosciute.

Un atteggiamento diverso può essere la premessa per una discriminazione che porta l’altro all’isolamento e favorisce un clima persecutorio».

Un esempio pratico di come si possano approcciare questi temi con bambini diciamo fino ai 10 anni?

«Proprio l’altro giorno sono stata in una classe di quinta elementare per parlare loro della persecuzione degli ebrei.

Ho proposto loro alcuni esercizi stimolo.

Il primo: ho portato loro due cartelloni. Il primo contenente immagini di cose tutte uguali tra di loro (dadi, paperelle, etc); il secondo con immagini di insiemi variegati (una folla eterogenea, un bimbo nero e uno bianco che giocano insieme, etc). Ho chiesto loro di dare un titolo a questi cartelloni, in base alle emozioni che ispiravano.

Insieme a risposte di tipo: allegria, varietà, pace, gioia, è scaturita la risposta: “uguaglianza e diversità”. Da qui abbiamo introdotto i concetti: uguale/diverso e siamo passati al secondo esercizio.

Ho chiesto ai bambini di spiegare il significato di una serie di parole, come emarginazione, pregiudizio, isolamento, discriminazione, tolleranza, persecuzione, indifferenza.

Il passo successivo è stato individuare il contrario di ognuno di questi vocaboli, e poi giocare sull’idea della differenza che in qualche modo porta al pregiudizio, all’emarginazione, all’isolamento e a volte persino alla persecuzione.

L’idea insomma è quella di “accompagnare” i bambini un passo alla volta alla comprensione del concetto di persecuzione, che non può essere presentato come un fatto a sé stante, ma deve essere introdotto come conseguenza di determinati atteggiamenti da non imitare.

Parlare di persecuzione e nello specifico di Shoah ex abrupto con i bambini non ha senso: non l’afferrano, restano spiazzati, si spaventano e basta.

Quanto al propinare racconti particolareggiati di eventi e situazioni drammatici come quelli della Shoah, il tutto penso che debba essere limitato e raccontato solo parzialmente, con grande reticenza e attenzione alla sensibilità di ogni singolo bambino col quale si parla, anche in base al background personale di ciascuno.

Prediligerei comunque il racconto dei casi singoli, delle persone reali piuttosto che dare l’idea della moltitudine indistinta perseguitata e annientata, e non dimenticando mai di raccontare sempre, insieme a storie finite male, anche una sola singola finita bene.

È importante che i bambini non perdano la capacità di sperare che la salvezza esista.

Fornite loro esempi positivi, di persone che si sono distinte per affermare principi di inclusione, che hanno permesso di salvare, con il loro comportamento, vite umane.

Per questo stesso motivo, personalmente non credo che far leggere ai bambini (almeno fino alla quinta elementare) libri sulla Shoah sia davvero utile.

Consiglierei forse solo libri come “Una bambina e basta” di Lia Levi, che raccontala la storia vista da una bambina della stessa età di chi legge: una situazione individuale che parte dalla normalità e che gradualmente viene proiettata nell’anormalità.

Ma il tutto è sempre mediato da un contesto familiare e dunque più comprensibile per il bambino».