Mamma e lavoro, qualcosa è cambiato

Di come una serie di circostanze più o meno fortunate mi abbiano portato a cambiare vita. Di nuovo

Ho sempre sostenuto l’importanza, come madre, di esistere al di fuori del mio ruolo di genitore.

Per me, prima di tutto, per la mia serenità. Per non rinunciare a tante cose – materiali, immateriali: viaggi, oggetti, sfizi, ristoranti..

Per loro, però, anche: per avere una mamma nonsolomamma. Che non fosse tutta concentrata su di loro, eccessivamente presente – perché anche la troppa presenza è un danno.

E quindi me ne ero rientrata felice e serena in un lavoro a tempo pieno. 9-18, nido, asilo, babysitter. Nonni, all’occorrenza.

Poi ho capito una cosa. Che dalla mia equazione era venuto a mancare un tassello fondamentale: la soddisfazione lavorativa. Era tanta l’esaltazione per essere rientrata nel mondo dei grandi (dopo un anno a casa, un lavoro da freelance con un bimbo piccolo che non andava al nido, acrobaticamente incastrando tutto tra un sonnellino e una passeggiata) che mi ero lanciata senza pensarci troppo.

Avevo fatto bene, molto bene: era il lavoro giusto nel posto giusto al momento giusto, mi ha fatto rientrare in campo in un momento in cui avevo un gran bisogno di mollare il l’attività da freelance che tra casa e bimbi mi stava sfinendo, non riuscendo a trovare i ritmi giusti per gestire tutto.

Stare fuori casa 9-10 ore al giorno mi aveva dato la boccata d’aria di cui avevo bisogno, e mi aveva reso sicuramente una persona e una mamma migliore.

Poi, dicevo, un lato del triangolo ha ceduto. In realtà più d’uno.

Prima è arrivata la sensazione che quel lavoro non facesse per me. Qualche muro di troppo, qualche dinamica sbagliata – cose che all’inizio non c’erano, o erano più gestibili.

Poi la catastrofe dell’organizzazione familiare, che quando ti affidi a persone terze può fare KABOOM! da un secondo all’altro. Una storia faticosa e non bella, finita a lettere di avvocati e una sensazione kafkiana di essere finiti nella vita di qualcun altro.

Intanto, avevo impostato la mia relazione lavorativa su un eufemistico “è complicato”.

A quel punto è arrivato il bivio. Una proposta part-time. Altrove. Per fare un lavoro che mi piaceva di più. Geograficamente collocato ancora meglio del precedente. Fatti due conti, conveniva pure.

Ho cambiato ritmi, lavoro, vita

Accompagno Figlia1 a scuola, vado in ufficio, li prendo entrambi dai rispettivi asili e poi stiamo insieme. Facciamo la spesa, andiamo al parco, stiamo a casa a giocare, o persino ad annoiarci (o a fare meravigliose attività creative tipo “passa le mollette a mamma che stende il bucato”, “trova la coppia di calzini”, “se-qui-lego-non-spariscono-dal-pavimento-tra-10-secondi-li-butto-nella-spazzatura”).

Guardiamo i cartoni.

Stiamo insieme

Mi sento un’equilibrista su un filo sottile tirato fra due grattacieli, in quel momento di euforia in cui non tira vento e tutto si fa lucido fino all’orizzonte.

Tutto funziona. Io sto bene. Loro stanno bene (anche se all’uscita mi chiedono sempre “dov’è nonna?” ma è solo perché le nonne sono molto più brave delle mamme a giocare, e questo è risaputo). Io lavoro meglio, respiro.

Forse non sono una mamma migliore – perché non dipende dal tempo che ci passi, ma da quello che insegni, che trasmetti.

Però ho capito una cosa: che il tempo per la famiglia – e quello per la vita – lo sacrifico se c’è un motivo valido. E che se più datori di lavoro capissero i potenziali del part-time, avremmo genitori sereni e lavoratori molto più produttivi.

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