La prima parola di Piccola Otaria e i NO che fanno crescere

Fu così che una giorno d’estate Piccola Otaria decise che era arrivato il momento di dire la sua. E iniziò a parlare. Mamma Pinguino aveva temuto che la prima parola potesse essere “papà” e non “mamma”. Ma poi la realtà, come spesso accade con i figli, aveva superato l’immaginazione…

inizia a parlare

In principio fu “Bravaaaaa!“.

E Mamma Pinguino non voleva credere alla proprie orecchie.

Perché la prima parola di Piccola Otaria non era stata mamma, e nemmeno papà.

La prima parola di Piccola Otaria era stata, appunto, uno squillante “Bravaaaaa!“.

Detto a se stessa, ovviamente.

Anzi, a voler essere proprio pignoli, quella pronunciata da Piccola Otaria, nel caldo di un pomeriggio estivo a Santa Marinella, suonava piuttosto come “Bavaaaa!“. Ma visto il frenetico e convinto battere di mani che aveva accompagnato l’inedita esclamazione, beh, non c’era proprio possibilità di fraintendere.

Certo, c’erano state prima settimane di continui “dadadadadada” e “bababababa“. Che Mamma Pinguino aveva prontamente contrastato con un intenso training a base di “mamamamamamama“, spinta dal poco nobile, ma molto comprensibile, timore che la prima parola della sua dolce Piccola Otaria fosse papà anziché mamma.

E poi, quel “bravaaaaa!“, arrivato a scompaginare le carte in tavola.

Mamma Pinguino e Il Chioccio ne rimasero piuttosto sconcertati.

Che pensare di una bambina che alla sua prima esternazione verbale (più o meno) articolata aveva inneggiato a se stessa?

La prima parola di Piccola Otaria

Mamma Pinguino, impallidendo: «Ma che, ha detto “brava?“».

Il Chioccio, altrettanto perplesso: “Eh, sì. Ha detto proprio “brava“».

M.P. «Ma no, dài. Non è possibile».

I.C. «E sì, invece. Ha pure applaudito».

M.P. «Ma tu l’hai mai sentito di qualcuno che come prima parola si è detto bravo da solo?».

I.C. «Beh, no. Ma che vuol dire?».

M.P. «Di solito dicono mamma. O pappa».

I.C. «Sì, beh, tanti dicono anche papà».

M.P. «Sì, boh. Non so. Qualcuno che dice papà ci sarà pure… Ma brava??».

I.C. «Vuol dire che ha molta autostima, è un bene».

M.P. «Sì, certo. È un bene. Magari diventa una nuova Beyoncé. I’m not bossy, I’m the boss e tutto il resto. Magari. Oppure…»

I.C. «Oppure?»

M.P. «Oppure diventa uno di quei dittatori narcisisti pazzi. Uno di quelli col culto della personalità, uno tipo Kim Jong Un, che l’unico taglio di capelli che consente in tutta la Corea del Nord è il suo. E no, dico: ce l’hai presente, il suo taglio di capelli??».

KIM JONG UN CAPELLI

I.C. «Ma scusa, come ti viene in mante, che paragoni fai. Quello è uno che fa sbranare i parenti dai cani. Che c’entra con Piccola Otaria nostra dolce e morbidina??».

M.P. «A parte che pure l’altro è parecchio mordibino. Ma comunque… Ovvio che non sto facendo un paragone da prendere alla lettera. Sto solo dicendo che forse, dico forse eh, stiamo mettendo Piccola Otaria troppo al centro di tutto. Le diciamo brava per ogni cosa, tutta la nostra vita gira intorno a lei, ogni sua richiesta viene soddisfatta all’istante, per farla mangiare mettiamo su un circo che nemmeno Moira Orfei… Non staremo sbagliando qualcosa?»

I.C. «Ma no, è normale. È ancora così piccola, poverina».

M.P. «Ma poverina di che? Poverina io, semmai, che sono la sua colf. Dài, su. Dico seriamente. Non dovremmo insegnarle che nella vita esistono anche le piccole frustrazioni da gestire? Che non si può averle sempre vinte?».

I.C. «Mmmm… Forse…»

M.P. «Ma sì, guarda, più ci penso, più mi convinco. È ora di iniziare a dire qualche “No”. Lo sai, quei “No-che-aiutano-a-crescere”…»

I.C. «Beh, in effetti…»

M.P. «Allora, siamo d’accordo. La prossima volta che ci chiede qualcosa, tipo il ciuccio o di cantare la Bella Lavanderina per biliardesima volta, le diciamo: “No, amore. Adesso non si può. Tra poco”».

I.C. «Mica facile, però. Hai presente come fa quando proprio lo vuole, il ciuccio? Altro che Corea del Nord. È il Vietnam».

M.P. «Il punto è proprio questo. Ai bambini bisogna imporre delle regole. Insegnare l’autorità. Per il loro bene. Dare una disciplina. Altrimenti diventano piccoli Kim Jong Un. E si troveranno male nella vita. Mi raccomando, eh!».

I.C. «Mi raccomando che?»

M.P. «Non cedere. Che lo sappiamo che sei tu il cuore di panna, tra noi due. Mantieni il punto».

I.C. «Sì, sì. Ok. Il punto, va bene. Però se piange…»

M.P. «Prima o poi smetterà, e comunque sono lacrime di capriccio, non di dolore. Ricordati sempre che lo facciamo per lei».

I.C. «Mmmm. E va bene. Hai ragione. Proviamoci. Terrò duro. D’altronde è vero: lo facciamo per educarla, è per il suo bene. Che poi alla fine…».

Piccola Otaria irrompe gattonando: «Ina!».

I.C. «No, amore. Mamma e papà stanno parlando, ora non possono cantare la Bella Lavanderina. Tra poco».

P.O., imperiosamente «Inaaa!»

I.C. «Amore, ora no. Mamma e papà stanno parlando tra di loro».

P.O., improvvisamente fucsia in faccia, lo sguardo indignato, apre i polmoni e… «INAAAAAAAAAAA!!!!»

I.C. «Amore, abbiamo detto che ora non poss…»

M.P. «Tutti insieme!! La Bella Lavanderina che lava i fazzolettiiiii per i poverettiiiii della città!! Papà, fai la giravolta, dài!!»

I.C. «Ma come fai la giravolta?? E i no che fanno crescere, e la disciplina, e Kim Jong Un????»

M.P. «Sì, sì, va bene. Ma guardala!! Batte le mani a tempo. Amore, non ascoltare papà… Sei così bravaaaaa!!!!».